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HOME PAGE > LIBRI-FILM-MUSICA > DA LEGGERE ONLINE > IL PAESE DEI CIECHI 01  
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INDICE:
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pagina 2
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pagina 5
pagina 6
Storie di fantasia
e di fantascienza

di Herbert G. Wells
Prezzo: Euro 33,90

Il paese dei ciechi

di Herbert George Wells

Nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoriane, ad oltre quattrocentocinquanta chilometri da Chimborazo, a centocinquanta dalle nevi del Cotopaxi, sta quella misteriosa valle montana che è il paese dei ciechi, completamente segregata dal mondo abitato.

Molti e molti anni fa la vallata era in comunicazione con il resto del mondo, almeno quel tanto che avrebbe potuto consentire agli uomini di raggiungerne, per gole spaventose e oltre valichi ghiacciati, i prati temperati; ed infatti alcuni vi giunsero, una famiglia, o giù di lì, di meticci peruviani che fuggivano l'oppressione e l'ingordigia di un malvagio governante spagnolo.

Poi ci fu la sbalorditiva eruzione del Mindobamba, quando Quito rimase immersa nelle tenebre per diciassette giorni, e a Yaguachi le acque bollirono, facendo venire a galla i pesci morti fino a Guayaquil. Ovunque, sul versante del Pacifico, ci furono frane sui pendii, repentini disgeli, improvvise inondazioni, ed un intero fianco della vecchia cima dell'Arauca slittò e venne giù con rumore di tuono, chiudendo per sempre l'accesso del paese dei ciechi all'intraprendente piede dell'uomo.

Nel momento del tremendo cataclisma, uno di quei coloni s'era per caso trovato di qua dalle gole; per forza di cose, dovette rinunciare a moglie, figli, amici, beni, lasciati lassù, e ricominciare una nuova vita nel mondo sottostante. La ricominciò; ma la malattia, cioè la cecità, lo colse e poi egli morì ai lavori minerari, ove scontava una pena. Però la storia che aveva raccontato fece nascere una leggenda che ancor oggi sopravvive lungo la cordigliera delle Ande.

Egli spiegava perché si fosse avventurato a rifar la strada in senso inverso, allontanandosi da quella rocca fra i monti, nella quale era giunto la prima volta da bambino, legato sul dorso di un lama dietro un'immensa balla di masserizie.

C'era nella valle, egli diceva, tutto ciò che un uomo può desiderare di meglio: acqua dolce, pascoli, un clima uniforme, pendii di terra scura e fertile, con macchioni di un arbusto che produceva un ottimo frutto; su un lato, incombevano grandi foreste di pini che tenevano lontane le valanghe.

Molto in su, da tre lati, enormi strapiombi di roccia grigia erano incappucciati da alti nevai; ma il corso d'acqua che usciva dal ghiacciaio andava dall'altra parte, e solo di rado cadevano a valle enormi valanghe. Non pioveva ne nevicava, nella vallata; ma le copiose sorgenti fornivano ricchi pascoli erbosi, che l'irrigazione poteva estendere a tutta l'area della valle. Gli immigrati si trovarono assai bene.

Le loro bestie vi si trovarono bene, e si moltiplicarono. Una sola cosa offuscava la loro contentezza; ma bastava ad offuscarla gravemente. Un male strano li aveva assaliti, colpendo di cecità tutti i figli che avevano avuto lassù, ed anzi colpendo anche alcuni dei maggiori.

Egli aveva ridisceso le gole, a prezzo di fatica, difficoltà e pericoli, appunto per cercare un antidoto o un talismano contro quella cecità. A quei tempi, in casi del genere, gli uomini non pensavano a bacilli e infezioni, bensì a peccati, e a lui era sembrato che il motivo di quella piaga dovesse risiedere nella negligenza di quegli immigrati senza prete, che non avevano costruito una cappelletta appena penetrati nella valle.

Voleva che vi si costruisse una cappelletta, piccola, rudimentale, ma in piena regola; voleva reliquie ed altri strumenti di fede consimili e potenti, oggetti benedetti, medaglie misteriose, preghiere. Aveva nel borsellino una sbarra di argento grezzo, sulla quale non volle dare spiegazioni; insistette a dire che non vi era argento nella valle, con una insistenza un po' da bugiardo maldestro.

Loro avevano riunito, diceva, tutto il denaro e tutti i monili, non avendone proprio bisogno lassù, per comperarsi l'ausilio del cielo contro il male. Mi par di vederlo, bruciato dal sole, scarno, ansioso, che stringe febbrilmente tra le mani le testa del cappello, mentre, del tutto digiuno com'era degli usi del basso mondo, racconta tutto ciò a un prete attento, dall'occhio penetrante, prima del grande cataclisma; me lo raffiguro mentre subito se ne torna, con pii ed infallibili rimedi contro il malanno, e immagino la sua infinita angoscia nel trovarsi di fronte l'immensità della frana là dove una volta sboccava la gola d'accesso.

Ma la storia delle sue ulteriori sventure mi è ignota, salvo per quanto riguarda la sua brutta morte dopo parecchi anni. Povero sbandato di quelle lontananze! Il torrente che un tempo aveva formato la gola sgorga adesso da un antro di roccia, e la leggenda messa in circolazione dal suo racconto misero e stentato è diventata quella dell'esistenza di una razza di ciechi, da qualche parte "lassù", che ancor oggi si ode raccontare. E tra la sparuta popolazione di quella valle ormai isolata e dimenticata, la malattia seguì il suo corso.

I vecchi, diventati mezzi ciechi, andarono a tastoni, i giovani ci videro appena, e i figli che misero al mondo non ci videro affatto. Ma la vita era molto facile in quella conca orlata di nevi, ignota al mondo intero, priva di spine e rovi, senza insetti nocivi n‚ animali all'infuori dei miti lama delle mandrie ch'essi avevano tirato, spinto, seguito su per il letto angusto dei corsi d'acqua, in fondo alle gole attraverso le quali erano saliti.

A quelli che ci vedevano, la vista si era abbassata per gradi, tanto che quasi non si accorsero della perdita. Avevano guidato i ragazzi privi della vista, qua, là, ovunque, tanto che questi conobbero tutta la valle a meraviglia; e quando l'ultimo residuo di vista si spense, tra loro, la razza sopravvisse.

Avevano persino fatto in tempo ad adattarsi per adoperare il fuoco alla cieca, accendendolo cautamente in forni di pietra. All'inizio erano una stirpe di gente semplice, analfabeta, appena sfiorata dalla civiltà spagnola, ma nella quale sussisteva ancora un poco la tradizione artistica e la filosofia perduta dell'antico Perù.

Una generazione seguì l'altra. Essi dimenticarono parecchie cose, altre ne escogitarono. La tradizione dell'esistenza d'un più vasto mondo, dal quale erano venuti, si fece vaga, prese il colore del mito. Tranne che nella vista, erano, in tutto il resto, forti ed abili, e non tardò che, al caso delle nascite e dell'ereditarietà, comparve tra loro un individuo d'intelletto originale, dotato di parola persuasiva, poi un altro ancora.

Anche dopo la morte di quei due ne restò il segno, e intanto la piccola comunità cresceva di numero e d'intelligenza, sistemava i problemi sociali ed economici man mano che si presentavano.

continua...

 





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