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Elogio alla
Follia
di Erasmo da Rotterdam

Parla la Follia
1. Qualsiasi cosa dicano di me i mortali - non ignoro, infatti,
quanto la Follia sia portata per bocca anche dai più folli - tuttavia,
ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di
rallegrare gli Dèi e gli uomini. Non appena mi sono presentata per
parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti
si sono illuminati di non so quale insolita ilarità. D'improvviso
le vostre fronti si sono spianate, e mi avete applaudito con una
risata così lieta e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque
parte mi giri, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepènte degli
Dèi d'Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste
tornati allora dall'antro di Trofonio. Appena mi avete notata, avete
cambiato subito faccia, come di solito avviene quando il primo sole
mostra alla terra il suo aureo splendore, o quando, dopo un crudo
inverno, all'inizio della primavera, spirano i dolci venti di Favonio,
e tutte le cose mutando di colpo aspetto assumono nuovi colori e
tornano a vivere visibilmente un'altra giovinezza. Così col mio
solo presentarmi sono riuscita a ottenere subito quello che oratori,
peraltro insigni, ottengono a stento con lunga e lungamente meditata
orazione.
2. Perchè poi io sia venuta qui oggi, e vestita in modo così strano,
lo saprete fra poco, purchè non vi annoi porgere orecchio alle mie
parole: non quell'orecchio, certo, che riservate agli oratori sacri,
ma quello che porgete ai ciarlatani in piazza, ai buffoni, ai pazzerelli:
quell'orecchio che il famoso Mida, un tempo, dedicò alle parole
di Pan. Mi è venuta infatti voglia d'incarnare con voi per un po'
il personaggio del sofista: non di quei sofisti, ben inteso, che
oggi riempiono la testa dei ragazzi di capziose sciocchezze addestrandoli
a risse verbali senza fine, degne di donne pettegole. Io imiterò
quegli antichi che per evitare l'impopolare appellativo di sapienti,
preferirono essere chiamati sofisti. Il loro proposito era di celebrare
con encomi gli Dèi e gli eroi. Ascolterete dunque un elogio, e non
di Ercole o di Solone, ma il mio: l'elogio della Follia.
3. Certamente, io non faccio alcun conto di quei sapientoni che
vanno blaterando dell'estrema dissennatezza e tracotanza di chi
si loda da sè. Sia pure folle quanto vogliono; dovranno riconoscerne
la coerenza. Che cosa c'è, infatti, di più coerente della Follia
che canta le proprie lodi? Chi meglio di me potrebbe descrivermi?
a meno che non si dia il caso che a qualcuno io sia più nota che
a me stessa. D'altra parte io trovo questo sistema più modesto,
e non di poco, di quello adottato dalla massa dei grandi e dei sapienti;
costoro, di solito, per una falsa modestia, subornano qualche retore
adulatore, o un poeta dedito al vaniloquio, e lo pagano per sentirlo
cantare le proprie lodi, e cioè un sacco di bugie. Così il nostro
fiore di pudicizia drizza le penne come un pavone, alza la cresta,
mentre lo sfacciato adulatore lo va paragonando, lui che è un pover'uomo,
agli Dèi, e lo propone quale modello assoluto di virtù, lui che
da quel modello sa di essere lontanissimo. Insomma, veste la cornacchia
con le penne altrui, fa diventare bianco l'Etiope, e di una mosca
fa un elefante. Io invece seguo quel vecchio detto popolare secondo
il quale, chi non trova un altro che lo lodi, fa bene a lodarsi
da sè.
Ora, tuttavia, devo esprimere la mia meraviglia per l'ingratitudine,
o, come dire?, per l'indifferenza dei mortali. Tutti mi fanno la
corte e riconoscono di buon grado i miei benefici, eppure, in tanti
secoli, non si è trovato nessuno che desse voce alla gratitudine
con un discorso in lode della Follia, mentre non è mancato chi con
lodi elaborate ed acconce, e con grande spreco di olio e di sonno,
ha tessuto l'elogio di Busiride, di Falaride, della febbre quartana,
delle mosche, della calvizie, e di altri flagelli del genere.
4. Da me ascolterete un discorso estemporaneo e non elaborato,
ma tanto più vero. Non vorrei però che lo riteneste composto per
farvi vedere quanto sono brava, come usa il branco dei retori. Costoro,
come sapete, di un'orazione su cui hanno sudato trenta lunghi anni
- e qualche volta l'ha fatta un altro - giurano che l'hanno buttata
giù, e magari dettata, in tre giorni, quasi per svago. A me, invece,
è sempre piaciuto moltissimo dire tutto quello che mi salta in mente.
Nessuno, perciò, si aspetti da me che, secondo il costume di codesti
oratori da strapazzo, definisca la mia essenza, e tanto meno che
la distingua analizzandola. Sono infatti cose di malaugurio, sia
porre dei confini a colei il cui potere è sconfinato, sia introdurre
delle divisioni in lei, il cui culto è oggetto di così universale
consenso. D'altra parte perchè una definizione, che sarebbe quasi
un'ombra e un'immagine, quando potete vedermi con i vostri occhi?
5. Sono come mi vedete, quell'autentica dispensatrice di beni che
i Latini chiamano Stulticia e i Greci Morìa.
Che bisogno c'era di dirvi tutto questo, come se il mio volto non
bastasse, come dice la gente, a mostrare chi sono? come se, pretendendo
qualcuno ch'io sia Minerva o Sofia, non bastasse a smentirlo il
mio sguardo, che, senza bisogno di parole, è lo specchio più schietto
dell'animo. Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una
cosa, mentre ne ho un'altra nel cuore. Sotto ogni rispetto sono
a tal punto inconfondibile, che non possono tenermi nascosta nemmeno
quelli che si arrogano la maschera e il titolo della Saggezza, e
se ne vanno in giro come scimmie ammantate di porpora o come asini
vestiti della pelle del leone. Eppure, per accorti che siano nel
fingere, le orecchie di Mida, spuntando fuori da qualche parte,
li tradiscono. Ingrati, per Ercole, sono anche quelli che, appartenendo
in pieno alla mia parte, si vergognano a tal segno di fronte alla
gente del mio nome, che lo attribuiscono genericamente agli altri
come un grave insulto. Essendo in realtà costoro pazzi da legare
proprio quando vogliono sembrare sapienti come Talete, potremo senz'altro
chiamarli a buon diritto MORO-SOFI.
6. Anche in questo, infatti, intendo imitare i retori del nostro
tempo, che si credono proprio degli Dèi se, a mo' delle sanguisughe,
mostrano due lingue, e considerano una grande impresa inserire nel
discorso latino, come in un intarsio, qualche paroletta greca, che
magari era proprio fuori posto. Se poi fanno loro difetto termini
esotici, tirano fuori da pergamene ammuffite quattro o cinque termini
arcaici con cui rendere oscuro il testo al lettore. Così chi riesce
a capire è più soddisfatto di sè, e chi non capisce ammira tanto
di più quanto meno capisce. Tra gli eletti piaceri dei nostri contemporanei,
infatti, c'è anche questo: esaltare tanto di più una cosa, quanto
più è straniera. I più ambiziosi ridono e applaudono e, come gli
asini, muovono le orecchie, dando ad intendere agli altri di avere
capito tutto. E' proprio così. Ritorno all'argomento.
7. Il nome mio lo sapete, miei cari... Quale attributo aggiungerò?
Quale, se non Arcifolli? Con quale altro più nobile appellativo
potrebbe la dea Follia chiamare i suoi iniziati? Ma poichè non a
molti sono ugualmente noti i miei maggiori, con l'aiuto delle Muse
tenterò di parlarne.
Non il Caos, nè l'Orco, nè Saturno, nè Giapeto, nè alcun altro
di questi Dèi decrepiti e fuori moda, fu mio padre, ma Pluto lui
solo, [il dio della ricchezza], padre degli uomini e degli Dèi,
con buona pace di Esiodo, di Omero e dello stesso Giove. Un suo
cenno, ora come sempre, mette sottosopra cielo e terra. Il suo arbitrio
decide della guerra e della pace, degli imperi, dei consigli, dei
giudizi, dei comizi, dei matrimoni, dei trattati, delle alleanze,
delle leggi, delle arti, delle cose scherzose e di quelle serie;
da lui dipendono tutti gli affari pubblici e privati degli uomini.
Senza il suo aiuto, tutta la folla degli Dèi, dei poeti, e, oserò
dire, perfino le stesse divinità maggiori, o non esisterebbero,
o vivacchierebbero alla meglio, di briciole. Chi incorre nella sua
ira, neppure Pallade potrebbe aiutarlo. Chi, invece, ne gode il
favore, potrebbe trarre in catene lo stesso Giove col suo fulmine.
Di tale padre io mi glorio. E questo padre non mi generò dal suo
cervello, come Giove la fosca e crudele Pallade, ma dalla ninfa
Neotete [la Giovinezza], di tutte la più graziosa e lieta. E non
mi generò nell'uggioso vincolo del matrimonio - in cui nacque il
famoso fabbro zoppo ma, ed è molto più dolce, in un amplesso d'amore,
come dice il nostro Omero. Nè, a scanso d'equivoci, mi generò quel
Pluto di Aristofane, già mezzo morto e già cieco, ma quello in pieno
vigore, fervente di giovinezza, e non solo di giovinezza, ebbro
soprattutto di schietto nettare che aveva generosamente bevuto al
banchetto degli Dèi.
8. Se poi volete anche sapere dove sono nata, visto che oggi nel
valutare il grado di nobiltà attribuiscono la massima importanza
al luogo dove si sono messi fuori i primi vagiti: ebbene, io non
sono nata nell'errante Delo, non tra i flutti del mare, non in grotte
profonde, ma proprio nelle Isole Fortunate, dove tutto cresce senza
seme nè aratro. Là non esiste fatica, vecchiaia, malattie; nei campi
non asfodeli, malva, squilla, lupini o fave, e simili piante da
poco.
Da ogni parte ti accarezzano gli occhi e il naso moly, panacea,
nepènte, maggiorana, ambrosia, loto, rose, viole, giacinti - i giardini
d'Adone. Nata fra queste delizie, non ho cominciato la vita nel
pianto; subito ho sorriso dolcemente a mia madre.
Al sommo figlio di Crono non invidio la capretta nutrice; ad allattarmi
con le loro mammelle sono state due graziosissime ninfe, Mete l'Ebbrezza,
figlia di Bacco, e Apedia l'Ignoranza, figlia di Pan. Le vedete
qui con me, nel gruppo di tutte le altre mie compagne e seguaci,
delle quali se, per Ercole, vorrete sapere i nomi, da me li sentirete
solo in greco.
9. Quella che vedete con le sopracciglia inarcate è senz'altro
Filautia; quella che sembra ridere con gli occhi, e che batte le
mani, è Colacìa; quella mezza addormentata e vinta dal sonno si
chiama Lete; quella appoggiata sui gomiti e con le mani intrecciate
si chiama Misoponia; l'altra, cinta da un serto di rose, e tutta
cosparsa di profumi, Hedonè; Anoia questa, dai mobili sguardi lascivi.
Quella dalla pelle splendente e dal corpo rigoglioso si chiama Trufè.
Tra le fanciulle potete vedere anche due Dèi: Como e Ipno, il dio
del sonno profondo. Col fedele aiuto di questa mia corte io signoreggio
su tutte le cose, e sono sovrana degli stessi sovrani.
10. Vi ho detto origine, educazione, compagni. Ora, perchè a qualcuno
non paia senza fondamento la mia pretesa al titolo di dea, drizzate
le orecchie e ascoltate di quanta utilità io sia agli Dèi e agli
uomini, e quanto si estenda il mio potere. Se, infatti, non senza
saggezza qualcuno ha scritto che essere un dio proprio questo significa:
giovare ai mortali; se a buon diritto sono stati accolti nel consesso
degli Dèi coloro ai quali i mortali debbono il vino, il grano, e
simili beni; perchè io non dovrei a buon diritto essere ritenuta
e proclamata l'alfa degli Dèi, dal momento che io, io sola, sono
a tutti prodiga di tutto?
11. lnnanzitutto, che cosa può esserci di più dolce e prezioso
della vita? ma a chi, se non a me, riportarne la desiderata origine?
Non l'asta di Pallade dal padre possente, nè l'egida di Giove adunatore
di nembi, generano e propagano la stirpe umana. Lo stesso padre
degli Dèi e re degli uomini, al cui cenno trema l'Olimpo intero,
quando vuol fare quello che poi fa sempre, e cioè generare dei figli,
deve deporre quel suo famoso fulmine a tre punte, deve spogliarsi
del titanico sembiante con cui spaventa a suo piacimento tutti gli
Dèi, e, come un povero commediante qualsiasi, deve assumere la maschera
di un altro personaggio. Quanto agli stoici che si credono così
vicini agli Dèi, datemene uno che sia stoico magari tre o quattro
volte, o, se volete, stoico mille volte! Anche lui dovrà deporre,
se non la barba che è l'insegna della sapienza (comune, a dir il
vero, con i caproni), certamente il suo sussiego. Dovrà spianare
la fronte, mettere da parte i suoi princìpi adamantini, e abbandonarsi
un poco a qualche leggerezza e follia. Se vuole davvero diventare
padre, insomma, anche quel saggio deve chiamare me, proprio me.
E perchè, dal momento che sto chiacchierando con voi, non essere
più esplicita, secondo il mio costume? E' forse con la testa, col
volto, col cuore, con la mano, con l'orecchio (parti considerate
tutte oneste) che si generano gli Dèi e gli uomini? No davvero!
propagatrice del genere umano è quella parte così assurda e ridicola
che non si può neppure nominare senza ridere. Quello è il sacro
fonte a cui tutto attinge la vita, quello e non la tetrade pitagorica.
E, ditemi, quale uomo vorrebbe porgere il collo al capestro del
matrimonio se prima, secondo la consuetudine di codesti saggi, ne
considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se
conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto, e
i fastidi di allevare i figli? Perciò se dovete la vita al matrimonio,
e il matrimonio ad Anoia del mio seguito, comprenderete quello che
dovete a me. D'altra parte quale donna dopo la prima esperienza
vorrebbe riprovarci, se non ci fosse ad assisterla la presenza di
Letes? Venere medesima, protesti pure Lucrezio, non negherebbe mai
che senza l'aiuto della mia divinità la sua forza sarebbe insufficiente
e inutile. Perciò è da quella nostra ebbrezza giocosa che sono nati
i filosofi severi, a cui ora sono subentrati quelli che il volgo
chiama monaci, e i re ammantati di porpora, i pii sacerdoti, i pontefici,
tre volte santissimi. E infine anche tutto quel consesso degli Dèi
dei poeti, così affollato che a stento può contenerlo l'Olimpo,
pur vasto che sia.
12. Eppure sarebbe ben poco dovermi il seme e la fonte della vita,
se non dimostrassi che quanto vi è di buono nella vita è anch'esso
un mio dono. E che cos'è poi questa vita? e se le togli il piacere,
si può ancora chiamarla vita? Avete applaudito! Lo sapevo bene,
io, che nessuno di voi era così saggio, anzi così folle - no, è
meglio dire saggio, da non andare d'accordo con me. Del resto neppure
questi stoici disprezzano il piacere, anche se dissimulano con cura
e se, di fronte alla gente, rovesciano sul piacere ingiurie sanguinose;
in realtà solo per distogliere gli altri e goderne di più, loro
stessi. Ditemi, per Giove, quale momento della vita non sarebbe
triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso, senza il piacere,
e cioè senza un pizzico di follia? E di questo è degno testimone
il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole
di elogio per me: "Dolcissima è la vita nella completa assenza
di senno".
Ma è tempo di esaminare a parte tutta la questione.
13. E, tanto per cominciare, chi non sa che la prima età dell'uomo
è per tutti di gran lunga la più lieta e gradevole? ma che cosa
hanno i bambini per indurci a baciarli, ad abbracciarli, a vezzeggiarli
tanto, sì che persino il nemico presta loro soccorso? Che cosa,
se non la grazia che viene dalla mancanza di senno, quella grazia
che la provvida natura s'industria d'infondere nei neonati perchè
con una sorta di piacevole compenso possano addolcire le fatiche
di chi li alleva e conciliarsi la simpatia di chi deve proteggerli?
E l'adolescenza che segue l'infanzia, quanto piace a tutti, quale
sincero trasporto suscita, quali amorevoli cure riceve, con quanta
bontà tutti le tendono una mano!
Ma di dove, di grazia, questa benevolenza per la gioventù? di dove,
se non da me? E' per merito mio che i giovani sono così privi di
senno; è per questo che sono sempre di buon umore. Mentirei, tuttavia,
se non ammettessi che appena sono un po' cresciuti, e con l'esperienza
e l'educazione cominciano ad acquistare una certa maturità, subito
sfiorisce la loro bellezza, s'illanguidisce la loro alacrità, s'inaridisce
la loro attrattiva, vien meno il loro vigore. Quanto più si allontanano
da me, tanto meno vivono, finchè non sopraggiunge la gravosa vecchiaia,
la molesta vecchiaia, odiosa non solo agli altri, ma anche a se
stessa. Nessuno dei mortali riuscirebbe a sopportarla se, ancora
una volta, impietosita da tanto soffrire non venissi in aiuto io,
e, a quel modo che gli Dèi della fiaba di solito soccorrono con
qualche metamorfosi chi è sul punto di perire, anch'io, per quanto
è possibile, non riportassi all'infanzia quanti sono prossimi alla
tomba, onde il volgo, non senza fondamento, usa chiamarli rimbambiti.
Se poi qualcuno vuol sapere come opero questa trasformazione, neppure
su questo farò misteri.
Conduco i vecchi alla fonte della mia ninfa Lete, che sgorga nelle
Isole Fortunate - il Lete che scorre agli Inferi è solo un esile
ruscello. Lì, bevute a grandi sorsi le acque dell'oblio, un poco
alla volta, dissipati gli affanni, torneranno bambini.
Ma delirano ormai, non ragionano più! Certo. E' proprio questo
che significa tornare fanciulli. Forse che essere fanciulli non
significa delirare e non avere senno? e non è proprio questo, il
non aver senno, che più piace di quella età? Chi non vivrebbe come
mostro un bambino con la saggezza di un uomo? Lo conferma il diffuso
proverbio: "Odio il bambino di precoce saggezza". E chi,
d'altra parte, vorrebbe rapporti e legami di familiarità con un
vecchio che alla lunga esperienza di vita unisse pari forza d'animo
e acutezza di giudizio?
Così, per mio dono, il vecchio delira. E tuttavia questo mio vecchio
delirante è libero dagli affanni che travagliano il saggio; quando
si tratta di bere, è un allegro compagno; non avverte il tedio della
vita, che l'età più vigorosa sopporta a fatica. Talvolta, come il
vecchio di Plauto, torna alle tre famose lettere [AMO], che se fosse
in senno ne sarebbe infelicissimo. Invece per merito mio è felice,
simpatico agli amici, piacevole in compagnia. Del resto anche in
Omero il discorso scorre dalla bocca di Nestore più dolce del miele,
mentre amare sono le parole di Achille; e, sempre in Omero, i vecchi
che se ne stanno seduti insieme sulle mura parlano con voce soave.
In questo senso sono superiori alla stessa infanzia, che è sì deliziosa,
ma non parla, e, priva della parola, manca del principale diletto
della vita, che è quello di una schietta conversazione. Aggiungi
che ai vecchi piacciono moltissimo i bambini, e altrettanto ai bambini
i vecchi, "perchè il dio spinge sempre il simile verso il simile".
In che differiscono, infatti, se non nelle rughe e negli anni che
nel vecchio sono di più? Per il resto, capelli sbiaditi, bocca sdentata,
corporatura ridotta, desiderio di latte, balbuzie, garrulità, mancanza
di senno, smemoratezza, irriflessione: in breve, sotto ogni altro
aspetto si accordano. Quanto più invecchiano, tanto più somigliano
ai bambini, finchè, come bambini, senza il tedio della vita, senza
il senso della morte, abbandonano la vita.
14. Paragoni ora chi vuole questo mio beneficio con le metamorfosi
operate dagli altri Dèi. E non sto a ricordare quello che fanno
quando li possiede l'ira; parlo di coloro che godono di tutta la
loro benevolenza: li trasformano di solito in alberi, uccelli, cicale,
e perfino in serpenti, come se il diventare altro non fosse proprio
un morire. Io, invece, restituisco il medesimo uomo al periodo migliore
della vita, al più felice. Se i mortali si guardassero da qualsiasi
rapporto con la saggezza, e vivessero sempre sotto la mia insegna,
la vecchiaia neppure ci sarebbe, e godrebbero felici di un'eterna
giovinezza.
Non vi accorgete che gli uomini austeri, dediti a studi filosofici,
o impegnati in faccende serie e difficili, in genere sono già vecchi
prima di essere stati davvero giovani, e questo per le preoccupazioni
e per il costante e teso dibattito mentale, che un po' alla volta
esaurisce gli spiriti e la linfa vitale?
Al contrario, i miei bei matti sono tutti grassottelli, lustri,
senza una ruga, proprio come quelli che chiamano porcelli d'Acarnania,
immuni, per certo, da qualunque disturbo senile, a meno che non
si trovino a subire in qualche misura il contagio dei saggi, come
capita, poichè la vita non consente mai una completa felicità.
Valida testimonianza di tutto questo è il diffuso proverbio secondo
cui solo la Follia è capace di prolungare la giovinezza, altrimenti
fuggevolissima, e di tenere lontana la molesta vecchiaia. Sicchè,
non a torto, si è fatto l'elogio del detto popolare del Brabante:
mentre altrove, di solito, l'età porta saggezza, qui più s'invecchia
e più matti si diventa. Non c'è popolazione, infatti, più incline
di questa a un giocondo abito di vita e meno portata ad avvertire
la tristezza della vecchiaia. Loro vicini, e dal punto di vista
geografico e da quello del costume, sono i miei Olandesi - e perchè,
poi, non dovrei chiamarli miei, se mi sono così devoti da essersi
meritato un soprannome [di folli] di cui non si vergognano per nulla,
che anzi ne traggono il loro vanto principale?
Vadano pure gli stoltissimi mortali a cercare le Medee, le Circi,
le Veneri, le Aurore, e non so quale fonte che restituisca loro
la giovinezza, quando io sola posso, e sono solita farlo. Sono io
che possiedo quel filtro miracoloso con cui la figlia di Memnone
prolungò la giovinezza di Titone suo avo. Sono io quella Venere
per la cui grazia Faone ringiovanì a tal segno da essere amato follemente
da Saffo. Sono mie le erbe, se ve ne sono, miei gli incantesimi,
la fonte che non solo risuscita la giovinezza svanita, ma, meglio
ancora, la mantiene per sempre. Perciò, se siete tutti d'accordo
su questo, che niente è meglio della giovinezza, e niente più odioso
della vecchiaia, vi rendete conto, io credo, di quello che dovete
a me, che, fugato un male tanto grande, conservo un così grande
bene.
15. Ma perchè parlo ancora dei mortali? Passate in rassegna tutto
il cielo, e possa chiunque infamare il mio nome se si troverà un
solo Dio non privo di grazia e di pregio che non sia sotto la protezione
del mio nume. Infatti, perchè Bacco è sempre il chiomato efebo?
proprio perchè, pazzo ed ebbro, passa tutta la vita in conviti,
balli, canti e giochi, e non ha proprio nulla a che fare con Pallade.
A tal punto rifugge dal desiderare la fama di sapiente, da compiacersi
di un culto fatto di beffe e di scherzi. Nè trova offensivo quel
detto che gli attribuisce il soprannome di fatuo, e che suona: "più
pazzo di Morico". E cambiarono il suo nome in Morico perchè
i contadini, nella loro sfrenata allegria, erano soliti impiastricciare
di mosto e di fichi freschi il suo simulacro, che lo ritraeva seduto
alle soglie del tempio.
D'altra parte, quali lazzi non scaglia contro di lui l'antica commedia?
O Dio pazzo, dicono, degno parto d'una coscia! Ma chi non preferirebbe
essere questo Dio fatuo e dissennato, sempre allegro, sempre giovane,
sempre generoso di svaghi e di piaceri per tutti, piuttosto che
quel tortuoso Giove, temuto da tutti, o Pan che tutto va devastando
con i terrori che diffonde, o Vulcano avvolto di scintille e sempre
nero del fumo della sua fucina, o Pallade medesima dallo sguardo
sempre torvo, terribile con la Gorgone e la lancia? Perchè Cupido
è, invece, sempre fanciullo? Perchè? se non per la sua leggerezza,
per la sua incapacità di fare o pensare qualcosa di assennato. Perchè
la bellezza dell'aurea Venere è sempre in fiore? Perchè è mia parente
e conserva nell'aspetto il colore di mio padre. Per questa ragione
Omero la chiama "l'aurea Afrodite". Inoltre, stando ai
poeti, o agli scultori loro emuli, ride sempre. E quale nume i Romani
venerarono più di Flora, madre di tutti i piaceri? Se poi si andasse
ad esaminare un po' meglio, attraverso Omero e gli altri poeti,
la vita anche degli Dèi ritenuti più austeri, si scoprirebbe che
tutto è pieno di follie. E perchè poi ricordare le imprese degli
altri, quando si conoscono così bene gli amori e i sollazzi dello
stesso Giove tonante? Quando la fiera Diana, dimentica del sesso
nella sua esclusiva passione per la caccia, muore tuttavia d'amore
per Endimione?
Preferirei però che gli Dèi se le sentissero cantare da Momo, come
una volta accadeva piuttosto spesso. Ma ora lo hanno scaraventato
sulla terra con Ate perchè le sue sagge critiche disturbavano la
loro felicità. Nè alcun mortale si degna di offrirgli ospitalità;
tanto meno poi c'è posto per lui alle corti dei prìncipi, dove però
è sempre ospite d'onore la mia Colacìa, che va d'accordo con Momo
come l'agnello coi lupi.
Allontanato lui, gli Dèi folleggiano molto più liberamente e gradevolmente,
e se la passano bene davvero, come dice Omero, senza che nessuno
li critichi. Quali scherzi scurrili, infatti, non alimenta il Priapo
di legno di fico? quali divertimenti non procura Mercurio con i
suoi furti ed i suoi trucchi? Perfino Vulcano, al banchetto degli
Dèi, si è abituato alla parte del buffone, facendo ridere il simposio
ora con la sua andatura zoppicante, ora con i suoi frizzi, ora con
le sue facezie. Anche Sileno, il vecchio mandrillo, uso a danzare
il cordace, balla con Polifemo la TRETANELO' [il ballo dei Ciclopi],
mentre le Ninfe danzano a piedi nudi. I Satiri dal piede caprino
rappresentano le atellane, e Pan fa ridere tutti con le sciocche
cantilene che gli Dèi preferiscono al canto delle Muse, specialmente
quando il vino comincia a farsi sentire. Ma perchè raccontare ora
ciò che fanno gli Dèi alla fine del banchetto dopo una buona bevuta?
Follie tali che io stessa, per Ercole, non riesco a tenermi dal
riderne.
A questo punto è meglio ricordare Arpocrate [il dio del silenzio]:
che può succedere che qualche Dio di Corico sia in ascolto mentre
narriamo fatti che neppure Momo ha potuto rivelare impunemente.
16. E' tempo ormai di seguire l'esempio di Omero lasciando da parte
gli Dèi e tornare sulla terra per vedere fino a qual punto gioia
e fortuna vi si trovino solo per mio dono.
In primo luogo osservate con quanta previdenza la natura, madre
e artefice del genere umano, ebbe cura di spargere dappertutto un
pizzico di follia. Se, infatti, secondo la definizione stoica, la
saggezza consiste solo nel farsi guidare dalla ragione, mentre,
al contrario, la follia consiste nel farsi trascinare dalle passioni,
perchè la vita umana non fosse del tutto improntata a malinconica
severità, Giove infuse nell'uomo molta più passione che ragione:
press'a poco nella proporzione di mezz'oncia ad un asse. Relegò
inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto
del corpo ai turbamenti delle passioni. Quindi, alla sola ragione
contrappose due specie di violentissimi tiranni: l'ira, che occupa
la rocca del petto e il cuore stesso che è la fonte della vita,
e la concupiscenza che estende il suo dominio fino al basso ventre.
Quanto valga la ragione contro queste due agguerrite avversarie
ce lo dice a sufficienza la condotta abituale degli uomini: la ragione
può solo protestare, e lo fa fino a perderci la voce, enunciando
i princìpi morali; ma quelle, rivoltandosi alla loro regina, la
subissano di grida odiose, finchè lei, prostrata, cede spontaneamente
dichiarandosi vinta.
17. Tuttavia, poichè l'uomo, nato per far fronte agli affari, doveva
ricevere in dote un po' più di un'oncia di ragione, Giove, per provvedere
debitamente, mi convocò perchè lo consigliassi, come su tutto il
resto, anche a questo proposito; e il mio pronto consiglio fu degno
di me: affiancare all'uomo la donna, animale, sì, stolto e sciocco,
ma deliziosamente spassoso, che nella convivenza addolcisce con
un pizzico di follia la malinconica gravità del temperamento maschile.
Platone, infatti, quando sembra in dubbio circa la collocazione
della donna, se fra gli animali razionali o fra i bruti, vuole solo
sottolineare la straordinaria follia di questo sesso. E, se per
caso una donna vuole passare per saggia, ottiene solo di essere
due volte folle, come se uno volesse, contro ogni ragionevole proposito,
portare un bue in palestra. Infatti raddoppia il suo difetto chi,
distorcendo la propria natura, assume sembianza virtuosa. Come,
secondo il proverbio greco, la scimmia è sempre una scimmia, anche
se si ammanta di porpora, così la donna è sempre una donna, cioè
folle, comunque si mascheri.
Non però così folle, voglio credere, da prendersela con me perchè
la giudico folle, io che sono folle, anzi la Follia in persona.
Le donne, infatti, se ponderassero bene la questione, anche questo
dovrebbero considerare come un dono della Follia: il fatto di essere,
sotto molti aspetti, più fortunate degli uomini. In primo luogo
hanno il dono della bellezza, che giustamente mettono al disopra
di tutto, contando su di essa per tiranneggiare gli stessi tiranni.
Quanto all'uomo, di dove gli viene l'aspetto rude, la pelle ruvida,
la barba folta, e un certo che di senile, se non dalla maledizione
del senno? Le donne, invece, con le guance sempre lisce, con la
voce sempre sottile, con la pelle morbida, danno quasi l'impressione
d'una eterna giovinezza. Ma che altro desiderano poi in questa vita,
se non piacere agli uomini quanto più è possibile? Non mirano forse
a questo, tante cure, belletti, bagni, acconciature, unguenti, profumi;
tante arti volte ad abbellire, dipingere, truccare il volto, gli
occhi, la pelle? C'è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare
dagli uomini più della follia? Che cosa mai non concedono gli uomini
alle donne? Ma in cambio di che, se non del piacere? E il diletto
da nient'altro viene se non dalla loro follia. Che questo sia vero
non si può negare solo che si pensi a tutte le sciocchezze che un
uomo dice quando parla con una donna, a tutte le stupidaggini che
fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori. Ecco
da che fonte sgorga il primo e principale diletto della vita.
18. Ma ci sono uomini, specialmente tra i vecchi, che alla donna
preferiscono il bere; per loro il sommo piacere sta nei simposi.
Altri pensano che possa esservi un lauto banchetto senza donne;
però una cosa è certa, che senza un pizzico di follia non può esservi
banchetto ben riuscito. A tal punto che, se non c'è già qualcuno
capace di far ridere con la sua follia, autentica o simulata, si
chiama un buffone a pagamento, o un allegro parassita, che, con
le sue comiche, ossia folli battute, dissipi il silenzio e la noia
del simposio. A che scopo infatti riempirsi il ventre di tanti dolciumi,
leccornie e ghiottonerie, se anche gli occhi, le orecchie e l'anima
intera, non si nutrissero di risa, di scherzi, di facezie? ma cibi
del genere posso ammannirli solo io. D'altra parte anche quei riti
conviviali, come sorteggiare il re del convito, giocare ai dadi,
invitare al brindisi, gareggiare intorno ad un tavolo a cantare
e bere a turno, passarsi il mirto cantando, ballare, far pantomime,
non sono stati inventati dai sette sapienti della Grecia ma da me,
per la felicità dell'umana specie.
Tutte le cose di questo genere hanno un tratto comune: che quanto
più partecipano della follia tanto più rallegrano la vita dei mortali,
che, se fosse triste, neanche meriterebbe di essere chiamata vita.
E triste risulterà senz'altro, se non le toglierai di dosso l'innato
tedio con questo tipo di divertimenti.
19. Forse taluni trascureranno anche questo genere di piacere e
saranno paghi dell'amore e della familiarità degli amici, affermando
che l'amicizia vale più di tutto: l'amicizia, un bene non meno necessario
dell'aria, del fuoco, dell'acqua; tanto soave che se togli l'amicizia
togli il sole; infine tanto nobile - ammesso che la cosa ci riguardi
- che gli stessi filosofi non esitano a ricordarla fra i beni fondamentali.
Ma che succede se dimostro che anche di questo bene così grande
sono io la poppa e la prora? Io lo dimostrerò non col sofisma del
coccodrillo, non coi soliti cornuti o con altre simili dialettiche
sottigliezze, ma alla buona, facendovi toccare la cosa con mano.
Orbene, chiudere gli occhi, ingannarsi, essere ciechi, illudersi
a proposito dei difetti degli amici, amarne e apprezzarne come qualità
alcuni dei vizi più evidenti, non è forse qualcosa di molto vicino
alla follia? C'è chi bacia il neo dell'amica, chi trova incantevole
il polipo di Agna; il padre dice del figlio strabico che ha il vezzo
di ammiccare. Tutto questo, io domando, che è, se non pura follia?
Ripetano a gran voce che è follia: eppure essa sola è capace di
promuovere e cementare le amicizie. Parlo dei comuni mortali, nessuno
dei quali nasce senza difetti: il migliore è chi ne ha meno; quanto
poi a quei famosi saggi che hanno il piglio di Dèi, tra loro l'amicizia,
o non nasce affatto, o è qualcosa di cupo e scostante, limitata
poi a pochissimi (non oso dire che non include proprio nessuno),
perchè la maggior parte degli uomini ha un pizzico di follia, anzi
non c'è nessuno che, in un modo o in un altro, non abbia le sue
stranezze, e non c'è amicizia se non tra persone simili. Se, infatti,
tra questi uomini austeri si desse una volta uno scambievole affetto,
non sarebbe per nulla stabile e durerebbe ben poco, nascendo tra
uomini difficili e più oculati del necessario, capaci di cogliere
i difetti degli amici con l'occhio acuto dell'aquila e del serpente
di Epidauro. Quando però si tratta dei loro difetti, come ci vedono
poco! e come ignorano la parte della bisaccia che portano dietro
le spalle! Perciò, dato che la natura dell'uomo è tale che nessuno
è immune da gravi difetti (aggiungi la grande varietà di caratteri
e di studi, le tante cadute, i tanti errori, i tanti casi della
vita mortale), come potranno questi Arghi gustare anche solo per
un'ora le gioie dell'amicizia se non interverrà quella che i Greci
chiamano EUETHEIA, termine felice da tradursi con follia, o con
indulgente semplicità? Del resto, non è forse del tutto cieco quel
Cupido, che è artefice e padre di ogni legame? E come il brutto
gli appare bello, così fa in modo che anche a ciascuno di voi sembri
bello ciò che gli è toccato in sorte, che il vecchio ami la sua
vecchia, e il ragazzo la sua ragazza. Sono cose che accadono a ogni
piè sospinto e che muovono il riso; eppure sono proprio queste cose
ridicole il fondamento di una società che vive con gioia.
20. Quanto si è detto dell'amicizia a maggior ragione vale per
il matrimonio, che altro non è se non un legame per la vita tra
singoli individui. Dio immortale, quanti divorzi, o fatti anche
peggiori dei divorzi, non si avrebbero dappertutto, se la domestica
convivenza del marito con la moglie non si rafforzasse nutrendosi
di adulazioni, di scherzi, d'indulgenza, di errori, di dissimulazioni,
tutte cose che appartengono al mio seguito. Quanto matrimoni ci
sarebbero, se il fidanzato saggiamente s'informasse dei passatempi
a cui già molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella
così delicata e pudica in apparenza. E, a celebrazione avvenuta,
quanti ne durerebbero, se tante imprese delle mogli non rimanessero
ignorate per la negligenza e la sciocchezza dei mariti! E anche
questo, a buon diritto, è da attribuirsi alla Follia, a cui si deve
se il marito ama la moglie e la moglie il marito, se in casa regna
la pace, se il vincolo dura.
Si ride del cornuto, del cervo (e quanti altri nomi non gli si
danno!), quando asciuga con i baci le lacrime dell'adultera. Ma
quanto meglio lasciarsi ingannare così che rodersi di gelosia e
volgere tutto in tragedia!
21. Insomma, senza di me nessuna società, nessun legame potrebbe
durare felicemente. Il popolo si stancherebbe del principe, il servo
del padrone, la serva della padrona, il maestro dello scolaro, l'amico
dell'amico, la moglie del marito, il locatore del locatario, il
compagno del compagno, l'ospite dell'ospite, se volta a volta non
s'ingannassero a vicenda, ora adulandosi, ora facendo saggiamente
finta di non vedere, ora lusingandosi col miele della Follia. So
che queste vi sembrano enormità; ma ne sentirete di più belle.
22. Di grazia, chi odia se stesso come potrà amare qualcuno? chi
è interiormente combattuto, potrà forse andare d'accordo con altri?
potrà, chi è sgradito e molesto a se stesso, riuscire gradevole
a un altro? Nessuno, credo, lo affermerebbe, se non fosse un pazzo
più pazzo della Follia stessa. Pertanto, se non ci fossi più io,
lungi dal sopportare il prossimo, ognuno, inviso a se stesso, proverebbe
disgusto di sè e delle sue cose. La Natura, infatti, in molte cose
matrigna piuttosto che madre, ha posto nell'animo dei mortali, soprattutto
se appena più intelligenti, il seme di questo male: scontento di
sè e ammirazione per gli altri. Di qui il venire meno e l'estinguersi
di tutte quelle squisite doti che sono il profumo della vita. A
che giova infatti la bellezza, il massimo dono degli Dèi immortali,
se deve esser lasciata sfiorire? A che la giovinezza, se deve intristire
per il veleno di senili malinconie? Infine, in tutti i casi della
vita, come potrai agire in modo conveniente nei tuoi o negli altrui
confronti (agire come conviene non è solo la prima regola dell'arte,
ma di tutta la nostra condotta), se non ti sarà propizia Filautìa,
che a buon diritto tengo in conto di sorella, tanto validamente
mi presta il suo aiuto in ogni occasione? Se piaci a te stesso,
se ti ammiri, questo è proprio il colmo della follia; ma d'altra
parte, dispiacendo a te stesso, che cosa potresti fare di bello,
di gradevole, di nobile? Togli alla vita l'amor proprio e subito
la parola suonerà fredda sulle labbra dell'oratore, il musicista
non piacerà a nessuno con le sue melodie, l'attore si farà fischiare
con la sua mimica, il poeta e le sue muse saranno irrisi, sarà tenuto
a vile il pittore con la sua arte, si ridurrà alla fame il medico
con le sue medicine. Alla fine invece di Nireo sembrerai Tersite,
invece di Faone, Nestore, invece di Minerva una scrofa, invece di
un forbito oratore, uno che non balbetta neanche una parola; invece
di un distinto cittadino, un rozzo contadino. Se vuoi poter essere
raccomandato agli altri, devi proprio cominciare col raccomandarti
a te stesso; devi essere il primo a lodarti, e non senza una punta
di adulazione.
Infine, poichè la felicità consiste soprattutto nel voler essere
ciò che si è, qui interviene col suo aiuto la mia Filautìa, facendo
in modo che nessuno sia scontento del proprio aspetto, carattere,
schiatta, posizione, educazione, Patria, tanto che nè un irlandese
si cambierebbe con un italiano, nè un tracio con un ateniese, nè
uno scita con un abitante delle Isole Fortunate. O singolare bontà
della natura che in tanta varietà di cose, stabilì un regime di
uguaglianza! Dove scarseggia coi suoi doni, là, è solita aggiungere
una dose maggiore di amor proprio. Ma che sciocchezza ho detto!
Proprio questo è il più grande dei suoi doni.
23. Ora dovrei aggiungere che nulla di grande si può intraprendere
senza la mia spinta, perchè è a me che si deve l'invenzione di ogni
nobile arte. Forse che non sia la guerra la fonte e il coronamento
di ogni celebrata impresa? E che c'è di più pazzesco dell'impegnarsi,
per non so quali cause, in un confronto da cui, immancabilmente,
ognuna delle due parti trae più danno che guadagno? Dei caduti,
poi, neanche si parla, quasi fossero gente di Megara. Quando le
schiere in armi si fronteggiano e le trombe intonano il loro rauco
suono, a che servono, di grazia, i sapienti esauriti dagli studi,
col loro sangue povero e privo di calore, e che a malapena tirano
il fiato? C'è bisogno di gente ben piantata; con moltissima audacia
e pochissimo cervello. A meno che non si preferisca arruolare Demostene,
tanto vile soldato quanto grande oratore, che, seguendo il consiglio
d'Archiloco, appena vide il nemico fuggì abbandonando lo scudo.
La prudenza, obiettano, in guerra ha grandissimo peso. Lo riconosco;
ma lo ha in chi comanda; e si tratta di prudenza militare, non filosofica;
per il resto, l'impresa tanto egregia della guerra è affidata a
parassiti, ruffiani, briganti, sicari, contadini, imbecilli, debitori
e altri rifiuti del genere; non a filosofi da tavolino.
24. Della cui totale inutilità sul piano pratico è testimone lo
stesso Socrate che l'oracolo d'Apollo giudicò - con poco senno,
del resto - il solo sapiente: quando tentò d'impegnarsi in non so
quale faccenda pubblica, fu costretto a ritirarsi fra il generale
dileggio. Anche se del tutto sciocco non si dimostrò quando rifiutò
il titolo di sapiente che attribuì solo a Dio, e quando sostenne
che il saggio non deve occuparsi di politica; e meglio avrebbe fatto
a consigliare di tenersi lontani dalla sapienza, se si vuol vivere
da uomini.
D'altra parte, quando fu processato, che cosa se non la sapienza
lo costrinse a bere la cicuta? Infatti mentre andava filosofando
di idee e di nuvole, mentre misurava il salto delle pulci, mentre
ammirava la voce delle zanzare, non imparava nulla di ciò che riguarda
la vita di tutti i giorni. In aiuto del maestro, sull'orlo di una
condanna capitale, interviene il discepolo Platone, difensore così
egregio che, turbato dal rumoreggiare della folla, a malapena riesce
a pronunciare qualche frase smozzicata. E che dire di Teofrasto?
come avrebbe mai potuto animare i soldati in guerra, lui che, levatosi
a parlare, ammutolì di colpo come se d'improvviso avesse visto un
lupo? Isocrate, pavido per natura, non osò mai aprire bocca. Marco
Tullio, il padre della romana eloquenza, abitualmente, preso da
poco dignitoso tremore, esordiva balbettando, come un ragazzino.
Quintiliano vede in questo la prova dell'oratore di valore, che
misura le difficoltà; ma non farebbe meglio a dire che la sapienza
è un ostacolo a condurre in porto le faccende pratiche? Che faranno
costoro quando si dovrà ricorrere alle armi, se si perdono d'animo
così quando si combatte semplicemente a parole?
Nonostante questo, a Dio piacendo, si esalta il famoso detto di
Platone, che fortunati saranno gli Stati se a reggerli saranno chiamati
i filosofi, o se i reggitori si daranno alla filosofia. Se, invece,
consulterai gli storici, troverai che il concentrarsi del potere
nelle mani di un filosofastro o di un letterato è la peggiore sciagura
che possa colpire uno Stato. E mi pare lo attestino bene i due Catoni:
uno dei quali turbò la pace della repubblica romana con le sue pazze
denunce; l'altro, mentre difendeva con un eccesso di saggezza la
libertà del popolo romano, la mise del tutto a soqquadro. Aggiungi
a questi i Bruti, i Cassi, i Gracchi, e Cicerone stesso, che allo
stato romano fece tanto male quanto Demostene a quello ateniese.
Quanto a Marco Antonio, ammesso che fosse un buon imperatore (potrei
contestarlo, perchè, dedito come era alla filosofia, per questa
stessa fama si era fatto prendere a noia dai concittadini) ammesso
tuttavia che lo fosse, certamente, lasciando dietro di sè il figlio
che lasciò, danneggiò lo Stato più di quanto non gli avesse giovato
col suo governo. Questa categoria, infatti, di uomini dediti allo
studio della filosofia, di solito ha pochissima fortuna in ogni
cosa, ma soprattutto nei figli che mette al mondo; penso sia la
provvidenza della natura a volere impedire che questo malanno della
filosofia si diffonda più largamente fra gli uomini. Così risulta
che Cicerone ebbe un figlio degenere, e che Socrate, il famoso filosofo,
ebbe figli, com'è stato scritto non del tutto a torto, "più
simili alla madre che al padre", e cioè stolti.
25. Comunque, se fossero come asini davanti a una lira solo riguardo
ai pubblici affari, ci si potrebbe passare sopra; il guaio è che
sono altrettanto incapaci in ogni altra occasione della vita. Invita
a pranzo un sapiente: disturberà col suo cupo silenzio, o con le
sue noiose questioncelle. Invitalo alla danza: diresti che balla
come un cammello. Portalo ad uno spettacolo: basterà la sua espressione
a guastare il divertimento alla gente e, come il saggio Catone,
sarà costretto a lasciare il teatro perchè non può spianare il cipiglio.
Se per caso capiterà durante una conversazione, sarà come il lupo
della favola. Se c'è da fare un acquisto, un contratto, insomma
qualcuna delle cose indispensabili alla vita di ogni giorno, questo
sapiente ti sembrerà un pezzo di legno, non un uomo. A tal punto
è incapace di rendersi utile a se stesso, alla patria, ai suoi,
perchè inesperto delle faccende usuali e perchè tanto lontano dal
giudizio corrente e dalle accettate consuetudini. Quindi, per forza,
si fa anche odiare, per questa sua grande diversità di vita e di
intendimenti. Tra i mortali, infatti, che cosa mai si fa che non
trabocchi di follia, e che non sia opera di folli in un mondo di
folli? Perciò, se qualcuno volesse opporsi da solo a tutti, io gli
consiglierei di ritirarsi, come Timone, in un deserto, per godervi,
da solo, la propria saggezza.
26. Ma, per tornare all'argomento proposto, quale forza, se non
l'adulazione, raggruppò nella città quegli uomini primitivi, simili
ai sassi e alle querce? Questo solo vuole indicare la famosa cetra
di Anfione e di Orfeo. Cosa mai riportò alla concordia cittadina
la plebe romana che già stava per spingersi ad atti irreparabili?
Forse un discorso filosofico? Nemmeno per sogno! Al contrario, fu
il ridicolo e puerile apologo del ventre e delle altre membra. Altrettanto
si dica dell'analogo apologo di Temistocle, della volpe e del riccio.
E quale discorso di un sapiente avrebbe potuto raggiungere l'efficacia
della famosa cerva immaginata da Sertorio, o della trovata dei due
cani, dello spartano Licurgo, o dell'altra ridicola storia, sempre
di Sertorio, sul modo di strappare i peli dalla coda del cavallo?
Per non parlare di Minosse e di Numa: entrambi governarono la stolta
moltitudine con invenzioni favolose. E' con simili sciocchezze che
si fa presa su quella grossa e potente bestia che è il popolo.
27. Viceversa, quale città ha mai fatto sue le leggi di Platone
e di Aristotele, o i precetti di Socrate?
Che cosa persuase i Deci a votarsi spontaneamente agli Dèi Mani?
Che cosa trascinò nella voragine Quinto Curzio, se non la vanagloria,
dolcissima sirena (ma quanto esecrata dai sapienti!).
Che c'è infatti di più sciocco, dicono, di un candidato che lusinga
il popolo in tono supplichevole, che compra i voti, che va in cerca
degli applausi di tanti stolti, che si compiace delle acclamazioni,
che si fa portare in giro in trionfo, come una statua da mostrare
al popolo, che fa collocare nel foro il proprio simulacro di bronzo?
Aggiungi la sfilza dei nomi e dei soprannomi, gli onori divini tributati
a un uomo insignificante, il fatto che si dà il caso di tiranni
scelleratissimi elevati con pubbliche cerimonie alla gloria dell'Olimpo.
Sono autentiche manifestazioni di follia, e per riderci sopra non
basterebbe un solo Democrito. Chi lo nega? Tuttavia, proprio di
qui sono nate le grandi imprese degli eroi, levate al cielo dall'opera
di tanti letterati. Questa follia genera le città; su di essa poggiano
i governi, le magistrature, la religione, le assemblee, i tribunali.
La vita umana non è altro che un gioco della Follia.
28. Quanto poi alle arti, cosa mai se non la sete di gloria ha
suscitato nell'animo umano la brama d'inventare e tramandare ai
posteri tante discipline ritenute nobili? Furono uomini davvero
stoltissimi quelli che hanno creduto valesse la pena di conquistare
a prezzo di tante faticose veglie quella fama di cui niente può
essere più vano. Ma intanto voi dovete alla Follia tante cose e
così egregie della vita, e, ciò che soprattutto conta, la follia
altrui fa la vostra cuccagna.
29. C'è, ora, qualcosa di cui stupirsi se, dopo essermi attribuita
la fortezza e l'operosità, rivendicherò anche la saggezza? qualcuno
potrebbe dire che è come accoppiare l'acqua e il fuoco. Eppure credo
che riuscirò anche in questo purchè voi, come prima, mi prestiate
benevola attenzione. In primo luogo, se la saggezza si fonda sull'esperienza,
a chi meglio conviene fregiarsi dell'appellativo di saggio? Al sapiente
che, parte per modestia, parte per timidezza, nulla intraprende,
o al folle che nè il pudore, di cui è privo, nè il pericolo, che
non misura, distolgono da qualche cosa? Il sapiente si rifugia nei
libri degli antichi e ne trae solo sottigliezze verbali. Il folle
affronta da vicino le situazioni coi relativi rischi e così acquista,
se non erro, la saggezza. Cosa, questa, che sembra avere visto,
benchè cieco, Omero, quando dice: "Il folle capisce i fatti".
Sono due infatti i principali ostacoli alla conoscenza delle cose:
la vergogna che offusca l'animo, e la paura che, alla vista del
pericolo, distoglie dalle imprese. La follia libera da entrambe.
Non vergognarsi mai e osare tutto: pochissimi sanno quale messi
di vantaggi ne derivi.
Perchè, se preferiscono attingere quella sapienza che consiste
nel saper giudicare delle cose, state a sentire, vi prego, quanto
ne sono lontani coloro che si spacciano per sapienti. In primo luogo,
com'è noto, tutte le cose umane, a guisa dei Sileni di Alcibiade,
hanno due facce affatto diverse. A tal segno che sulla faccia esteriore,
come dicono, vedi la morte, mentre, se guardi dentro, scopri la
vita; e, viceversa, al posto della vita scopri la morte, al posto
del bello il brutto, della ricchezza la miseria, dell'infamia la
gloria, della dottrina l'ignoranza, del vigore la debolezza, della
generosità l'abiezione, della letizia la malinconia, della prosperità
la sventura, dell'amicizia l'inimicizia, del salutare il nocivo:
in breve, se apri il Sileno, trovi di tutte le cose l'opposto. Se
poi qualcuno giudica troppo filosofico questo discorso, mi spiegherò,
come suol dirsi, più alla buona.
Chi negherà che un re è ricco e potente? Eppure, se manca del tutto
dei beni dell'animo, se non è mai contento di nulla, è davvero il
più povero di tutti. Se poi il suo animo è una sentina di vizi,
è addirittura uno schiavo abietto. Lo stesso ragionamento si potrebbe
fare anche per gli altri. Ma accontentiamoci dell'esempio proposto.
A che scopo? domanderà qualcuno. State a sentire dove voglio arrivare.
Se uno tentasse di strappare la maschera agli attori che sulla
scena rappresentano un dramma, mostrando agli spettatori la loro
autentica faccia, forse che costui non rovinerebbe lo spettacolo
meritando di esser preso da tutti a sassate e cacciato dal teatro
come un forsennato? Di colpo tutto muterebbe aspetto: al posto di
una donna un uomo; al posto di un giovane, un vecchio; chi prima
era un re, d'improvviso diventa uno schiavo; chi era un Dio, ad
un tratto appare un uomo da nulla. Dissipare l'illusione significa
togliere senso all'intero dramma. A tenere avvinti gli sguardi degli
spettatori è proprio la finzione, il trucco. L'intera vita umana
non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera, chi
con un'altra, ognuno recita la propria parte finchè, ad un cenno
del capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo
fa recitare in parti diverse, in modo che chi prima si presentava
come un re ammantato di porpora, compare poi nei cenci di un povero
schiavo. Certo, sono tutte cose immaginarie; ma la commedia umana
non consente altro svolgimento.
A questo punto, se un sapiente caduto dal cielo si levasse d'improvviso
a gridare che il personaggio a cui tutti guardano come a un Dio
e a un potente, non è neppure un uomo, perchè come le bestie si
lascia dominare dalle passioni, che spontaneamente asservito a padroni
così numerosi e turpi, è l'ultimo degli schiavi; e, se ad un altro
che piange il padre morto ordinasse di ridere perchè il padre, finalmente,
ha cominciato a vivere, dato che questa vita altro non è che morte;
e se chiamasse plebeo e bastardo un terzo che mena vanto di una
nobile nascita, ma che è ben lontano dalla virtù, unica fonte di
nobiltà: se allo stesso modo parlasse di tutti gli altri, non agirebbe
costui proprio in modo da sembrare a tutti pazzo da legare? Nulla
di più stolto di una saggezza intempestiva; nulla di più fuori posto
del buon senso alla rovescia. Agisce appunto contro il buon senso
chi non sa adattarsi al presente, chi non adotta gli usi correnti,
e dimentica persino la regola conviviale: o bevi o te ne vai, e
vorrebbe che una commedia non fosse più una commedia. Invece, per
un mortale, è vera saggezza non voler essere più saggio di quanto
gli sia concesso in sorte, fare buon viso all'andazzo generale e
partecipare di buon grado alle umane debolezze. Ma, dicono, proprio
questo è follia. Non lo contesterò, purchè riconoscano in cambio
che questo è recitare la commedia della vita.
30. Quanto al resto, Dèi immortali, parlerò o tacerò? E perchè
mai dovrei tacere cose più vere della verità? Ma forse, in così
grave frangente, meglio sarebbe chiamare in aiuto dall'Elicona le
Muse che i poeti sono soliti invocare anche troppo spesso per vere
sciocchezze. Assistetemi dunque per un poco, figlie di Giove, finchè
non dimostri che nessuno senza la guida della follia può accedere
alla sapienza, a quella che chiamano la rocca della felicità.
In primo luogo, è pacifico che tutte le passioni rientrano nella
sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi
si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione.
Perciò gli stoici spogliano il sapiente di tutte le passioni come
fossero delle malattie. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo
assolvono la funzione di guide per chi si affretta verso il porto
della sapienza, ma nell'esercizio della virtù vengono sempre in
aiuto spronando e stimolando, come forze che esortano al bene. Anche
se qui fieramente leva la sua protesta Seneca, col suo stoicismo
integrale, negando al sapiente ogni passione. Ma così facendo distrugge
anche l'uomo e crea al suo posto un Dio di nuovo genere, che non
è mai esistito e non esisterà mai; anzi, per parlare ancora più
chiaro, scolpisce la statua di un uomo di marmo, privo d'intelligenza
e di qualunque sentimento umano. Perciò, se lo desiderano, si godano
pure il loro saggio, che potranno amare senza rivali, e dimorino
con lui nella Repubblica di Platone, o, se preferiscono, nel mondo
delle idee, o nei giardini di Tantalo.
Chi, infatti, non sfuggirà con orrore come spettro mostruoso un
uomo così fatto, sordo ad ogni naturale richiamo, incapace d'amore
o di pietà, come "una dura selce o una rupe Marpesia"?
Un uomo cui non sfugge nulla, che non sbaglia mai, ma che con l'occhio
acuto di Linceo tutto vede, tutto pesa con assoluta precisione,
nulla perdona; solo di sè contento, lui solo ricco, lui solo sano,
lui solo re, lui solo libero. Per dirla in breve, lui solo tutto
(e solo a suo giudizio); senza amici, pronto a mandare all'inferno
gli stessi Dèi, e che condanna come insensato e risibile tutto ciò
che si fa nella vita. Eppure quel perfetto sapiente è proprio un
animale fatto così. Ma, di grazia, se si dovesse decidere con i
voti, quale città lo vorrebbe come magistrato, quale esercito lo
designerebbe come capo? Quale donna vorrebbe o sopporterebbe un
simile marito, quale anfitrione un simile convitato, quale servo
un padrone con questi costumi? Chi non preferirebbe un uomo qualunque,
uno della folla dei pazzi più segnalati, che, pazzo com'è, possa
comandare o obbedire ad altri pazzi, attirando la simpatia dei suoi
simili, che poi sono tanti? Gentile con la moglie, gradito agli
amici, buon commensale; uno con cui si possa convivere, che, infine,
non ritenga estraneo a sè niente di ciò che è umano? Ma ormai del
sapiente ne ho abbastanza. Perciò torniamo a parlare degli altri
vantaggi che offro.
31. Supponiamo che potendo spaziare da una specola sublime con
lo sguardo tutt'attorno - come, secondo i poeti, fa Giove - uno
veda quante avversità minaccino la vita, quanto infelice e miserabile
sia la nascita, quanto faticosa l'educazione, e tutte le offese
cui va incontro la fanciullezza, tutti gli affanni della gioventù,
e com'è pesante la vecchiaia, come amara la fatale morte; tutta
la schiera delle malattie, dei vari accidenti, l'incalzare delle
contrarietà: nulla mai che sia immune da un amaro veleno; per non
dire di quei mali che l'uomo subisce dall'uomo, come la povertà,
la prigionia, l'infamia, la vergogna, la tortura, le insidie, il
tradimento, le ingiurie, i processi, le frodi. Ma dire tutto è come
mettersi a contare i granelli di sabbia. Certo non spetta a me,
dire qui per quali colpe gli uomini abbiano meritato questa sorte,
o quale Dio irato li abbia costretti a nascere tanto infelici. Chi
rifletta a tutto questo non sarà forse portato ad approvare l'esempio,
pur così penoso, delle vergini di Mileto? E quali sono soprattutto
gli uomini che, per disgusto della vita, si sono dati la morte?
Non sono forse quelli che alla sapienza si erano accostati di più?
Tralasciando Diogene, Senocrate, i Catoni, i Cassi, i Bruti, prendiamo
il famoso Chirone che, potendo diventare immortale, preferì cercare
spontaneamente la morte. Credo vi sia chiaro che cosa accadrebbe
se la sapienza si diffondesse; sarebbe necessario altro fango e
un secondo Prometeo capace di plasmare altri uomini. Io, invece,
puntando ora sull'ignoranza e ora sulla spensieratezza, a volte
facendo dimenticare i malanni, a volte suscitando speranze di cose
favorevoli, esaltando i piaceri con qualche stilla di miele, in
così grandi malanni, sono così soccorrevole che nessuno vuole lasciare
la vita, neppure quando il filo delle Parche è già esaurito e la
vita stessa viene meno. Anzi chi ha minori motivi di restare in
vita, tanto più ama vivere, tanto è lontano dall'essere comunque
sfiorato dal tedio della vita.
Si deve certo a me, se si vedono in giro tanti vecchi annosi quanto
Nestore, vecchi che non hanno più neppure volto d'uomo, balbuzienti,
svaniti, sdentati, canuti, calvi, o, per dirla con Aristofane, lerci,
curvi, miseri, rugosi, senza capelli, senza denti, lascivi, ma a
tal segno amanti della vita e tanto inclini a fare i giovinetti,
che ora si tingono i capelli, ora nascondono la calvizie con una
parrucca e ora si servono di denti presi a prestito magari da un
porco; mentre c'è tra loro chi si strugge d'amore per una fanciulla
e, in fatto di amorose sciocchezze, dà punti anche a un ragazzino.
Che vecchi rammolliti, già pronti per il cataletto, sposino giovinette,
anche se prive di dote e destinate a fare la gioia di altri, è cosa
ormai così frequente da costituire quasi motivo di vanto.
Ma nulla c'è di più spassoso di certe vecchie praticamente già
morte tanto sono decrepite, a tal punto cadaveriche da sembrare
reduci dagl'inferi, ma che hanno sempre sulle labbra il ritornello:
"la vita è bella"; fanno ancora le vezzose; mandano sentore
di capra - come dicono i Greci; conquistano a caro prezzo un qualche
Faone, s'imbellettano di continuo, stanno sempre allo specchio,
si sfoltiscono i peli del pube, ostentano le vecchie mammelle avvizzite,
sollecitano con tremuli mugolii il desiderio che vien meno, bevono,
si inseriscono nelle danze delle fanciulle, scrivono bigliettini
amorosi. Sono cose di cui tutti ridono come di indubbie follie;
ed hanno ragione: ma loro, le vecchie, sono tanto contente di sè,
nuotano in un mare di delizie, gustano dolcezze senza fine, sono
felici: e tutto per merito mio. Vorrei che chi giudica queste cose
degne d'irrisione riflettesse un po': è meglio trascorrere nella
follia una vita colma di dolcezza, o andare cercando, come suol
dirsi, una trave a cui impiccarsi?
Che la loro condotta sia giudicata comunemente vergognosa, ai miei
pazzi non importa proprio nulla: nemmeno se ne accorgono, o, se
ne hanno sentore, non ne tengono nessun conto. Prendersi un sasso
in testa, questo sì che fa male. La vergogna, l'infamia, il disonore,
le offese, nuocciono nella misura in cui fanno soffrire. Per chi
non se la prende, non sono neppure un male. Che t'importa se tutti
ti fischiano, se tu ti applaudi? Che questo ti sia possibile lo
devi alla sola Follia.
32. Mi pare di sentire protestare i filosofi: l'infelicità, dicono,
è proprio qui, nell'essere prigionieri della Follia, sbagliare,
vivere nell'inganno, nell'ignoranza. Ma essere uomo è appunto questo.
Nè riesco a capire perchè parlino d'infelicità: così siete nati,
educati, formati: questa è la sorte comune a tutti. Nessuno è infelice
quand'è in armonia con la propria natura, a meno di compiangere
l'uomo perchè non può volare con gli uccelli, nè camminare a quattro
zampe con gli altri mammiferi, o perchè, a differenza dei tori,
non è armato di corna. Da tal punto di vista chiameremo infelice
anche un bellissimo cavallo perchè non sa di grammatica e non mangia
dolciumi, infelice il toro in quanto negato agli esercizi della
palestra. In realtà, come non è infelice il cavallo che ignora la
grammatica, così non è infelice l'uomo per la sua follia, che è
conforme alla sua natura.
Ma ecco che quegli esperti del ragionamento tortuoso tornano alla
carica. E' dono peculiare dell'uomo, dicono, la conoscenza scientifica,
di cui si serve per compensare con l'ingegno ciò che la natura gli
ha negato. Come se fosse verosimile che la natura, così sollecita
nei confronti delle zanzare e perfino delle erbette e dei fiorellini,
avesse tirato via solo nella creazione dell'uomo, rendendogli necessarie
quelle scienze che Theuth, col suo genio ostile al genere umano,
inventò per nostra somma iattura: tanto inadatte a renderci felici
che anzi contrastano col loro presunto fine, come con eleganza sostiene
in Platone un re molto saggio a proposito dell'invenzione dell'alfabeto.
Le scienze dunque sono penetrate fra gli uomini, insieme alle altre
calamità della vita mortale, per opera di coloro da cui partono
tutti i malanni, i demoni che ne hanno anche derivato il nome, in
greco DAEMONES, ossia "coloro che sanno". La gente semplice
dell'età dell'oro, del tutto priva di dottrina, viveva sotto l'unica
guida della natura e dell'istinto. Che bisogno c'era della grammatica,
quando tutti parlavano la stessa lingua e niente altro si chiedeva
se non di capirsi l'un l'altro? A che la dialettica, se non c'era
contrasto di opposte posizioni? A che la retorica, se nessuno intentava
cause al prossimo? E che bisogno c'era della giurisprudenza, se
non c'erano quei cattivi costumi che, senza dubbio, hanno fatto
nascere le buone leggi? Erano troppo religiosi per scrutare con
empia curiosità i misteri della natura, la grandezza, i moti, gl'influssi
delle stelle, le cause riposte delle cose, giudicando vietato ai
mortali il tentativo di conoscere più di quanto era loro concesso.
Lo stolto desiderio di andare a cercare cosa ci fosse di là dal
cielo non passava neppure per la mente. Col graduale esaurirsi dell'età
dell'oro, dapprima, come ho detto, dai demoni del male furono inventate
le scienze, ma poche, e limitate a pochi. Poi, i Caldei con la loro
superstizione, e quei perdigiorno dei Greci coi loro interessi svagati,
moltiplicarono a dismisura queste autentiche torture della mente.
Con la sola grammatica ce ne sarebbe già di troppo per il tormento
di una vita intera.
33. Tuttavia tra queste scienze le più pregiate sono le più vicine
al senso comune, cioè alla Follia. I teologi fanno la fame, i fisici
soffrono il freddo, gli astrologi sono derisi, i dialettici non
contano nulla, mentre un solo medico vale quanto molti uomini. In
questa professione quanto più uno è ignorante, avventato, leggero,
tanto più è considerato dagli stessi prìncipi con tanto di corona
in testa. La medicina, infatti, specialmente come viene esercitata
oggi dai più, si riduce, come la retorica, a una forma di adulazione.
Il secondo posto, con un brevissimo stacco, spetta ai legulei -
e starei per dire il primo; la loro professione, per non esprimere
pareri personali, è irrisa per lo più dai filosofi, fra il generale
consenso, come un'arte da asini. Tuttavia gli affari, dai più grandi
ai più piccoli, sono a discrezione di questi asini. I loro latifondi
si estendono, mentre il teologo, dopo essersi documentato su tutti
gli aspetti della divinità, rosicchia lupini, impegnato in una guerra
continua con cimici e pidocchi.
Ma, se le arti più fortunate sono quelle più affini alla Follia,
più fortunati fra tutti sono coloro che riescono a tenersi lontani
da qualunque disciplina per seguire la sola guida della natura che
in nessuna parte è manchevole, a meno che non pretendiamo di oltrepassare
i confini della nostra sorte mortale. La natura odia gli artifici:
fortunato chi è rimasto immune dalla contaminazione delle arti.
34. Orsù, non vedete che fra le varie specie animali se la passano
meglio di tutte proprio le più lontane dalle arti, quelle che hanno
per unica maestra e guida la natura? che c'è di più felice o mirabile
delle api? E dire che non hanno neppure tutti i sensi. Come potrebbe
un architetto realizzare qualcosa di simile alle loro costruzioni?
quale filosofo mai fondò una Repubblica come la loro? Il cavallo,
invece, poichè è simile all'uomo dal punto di vista dei sensi ed
è diventato suo compagno, è anche partecipe delle umane calamità.
Non di rado, vergognandosi di perdere in gara, si sfianca nella
corsa; in guerra, assetato di vittoria, viene colpito e morde la
polvere insieme al cavaliere. Per non parlare del morso, degli sproni
aguzzi, della stalla dove è quasi prigioniero, del frustino, del
bastone, delle redini, del cavaliere, per dirla in breve, di tutta
la tragica schiavitù a cui si è votato spontaneamente nel tentativo
di vendicarsi a ogni costo del nemico emulando gli eroi. Quanto
più invidiabile la condizione delle mosche e degli uccellini, che
vivono alla giornata obbedendo solo al naturale istinto, sempre
che lo consentano le insidie degli uomini! Gli uccelli, infatti,
chiusi in gabbia e ammaestrati a imitare la voce umana, quanto si
allontanano dal primitivo splendore! A tal segno, sotto tutti i
rispetti, il prodotto di natura è migliore di quello che l'arte
ha adulterato.
Perciò non loderò mai abbastanza il gallo in cui si reincarnò Pitagora
che, essendo stato tutto, filosofo, uomo, donna, re, principe, privato
cittadino, pesce, cavallo, rana e, credo, anche spugna, nessun animale,
tuttavia, giudicò più disgraziato dell'uomo, perchè, mentre tutti
gli altri sono contenti dei loro limiti naturali, soltanto l'uomo
tenta di oltrepassare i confini della sua condizione.
35. E tra gli uomini, sotto molti punti di vista, antepone i semplici
ai dotti e ai grandi. Molto più saggio di Ulisse, simbolo della
scaltrezza, Grillo che preferì di grugnire in un porcile piuttosto
che andare con lui incontro a tante calamità. Mi pare la pensi così
anche Omero, padre delle favole, che, mentre di continuo dice gli
uomini miseri e travagliati, e a più riprese chiama infelice Ulisse
con la sua proverbiale avvedutezza, non usa mai questo termine parlando
di Paride, o di Aiace, o di Achille. Perchè mai? Soltanto perchè,
quell'astuto inventore di trucchi agiva solo sotto la spinta di
Pallade, e, quanto mai sordo a ogni richiamo della natura, era tutto
cervello.
Perciò i più lontani dalla felicità sono tra i mortali quelli che
aspirano alla sapienza, doppiamente stolti perchè, dimentichi della
loro condizione di uomini, si atteggiano a Dèi immortali e, a somiglianza
dei giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi di ordigni
costruiti dalla loro perizia; i meno infelici, invece, sembrano
quelli che restano più vicini all'istinto e alla stupidità dei bruti,
nè tentano mai di oltrepassare le capacità dell'uomo. Proverò anche
a dimostrarlo, e non con gli entimèmi degli stoici, ma con qualche
esempio alla portata di tutti. Per gli Dèi immortali, vi è forse
al mondo qualcosa di più felice di quella specie di uomini chiamati
volgarmente scimuniti, stolti, fatui, sciocchi? appellativi, a mio
parere, onorevolissimi. Dirò anzi una cosa che, se a prima vista
può sembrare una sciocchezza ed un'assurdità, in fondo è di una
verità indiscutibile.
Loro, innanzitutto, non hanno paura della morte, male, per Giove,
non trascurabile. Non li tormentano rimorsi di coscienza; non li
turbano le storie degli spiriti dei defunti; non hanno paura delle
apparizioni; non si crucciano per il timore di mali incombenti;
non entrano in ansia nella speranza di beni futuri. Insomma, non
sono in balìa dei mille affanni a cui è esposta la nostra vita.
Ignorano la vergogna, il timore, l'ambizione, l'invidia, l'amore.
Infine, chi più si avvicina alla stupidità dei bruti - ne sono garanti
i teologi - è anche immune dal peccato. Ed ora, mio sciocchissimo
saggio, vorrei che tu mi esternassi tutti gli affanni che notte
e giorno tormentano il tuo animo e facessi un bel mucchio di tutti
i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi mali ho risparmiato
ai miei folli. Aggiungi che, non solo vivono in perpetua letizia,
scherzando, canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli
altri, dovunque vadano, motivi di piacere, scherzo, divertimento
e riso, come se la benevolenza divina proprio a questo li avesse
votati: a rallegrare la tristezza della vita umana. Perciò, mentre
gli uomini provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i loro
simili, nei confronti di questi pazzi nutrono senza eccezione sentimenti
amichevoli: li vanno a cercare, li nutrono, li stringono in una
sorta di caldo abbraccio e, all'occorrenza, li soccorrono, non tenendo
in nessun conto quanto possono dire o fare. Nessuno desidera fargli
del male. Persino le bestie feroci li risparmiano, istintivamente
consapevoli della loro innocenza. Infatti sono davvero sacri agli
Dèi, e a me in particolare. Perciò, a buon diritto, sono da tutti
onorati.
36. Grandi re, tanto se ne dilettano, che alcuni di loro, nemmeno
per un'ora, possono farne a meno nè a tavola nè a passeggio. Non
di poco preferiscono questi buffoni agli austeri filosofi, che tuttavia
sono soliti mantenere per ragioni di prestigio. Perchè poi li preferiscano,
non mi sembra un mistero, nè deve destare stupore; quei saggi, per
i prìncipi, sono solo apportatori di tristezza; talora fidando nella
loro dottrina, non si peritano di sfiorare quelle orecchie delicate
con qualche pungente verità. I buffoni, invece, offrono ai prìncipi
la sola cosa che questi desiderano con tutta l'anima: delizie come
passatempo, scherzi, risate, divertimenti. E non dimenticate anche
questa non trascurabile dote dei folli: solo loro sono schietti
e veritieri.
E che c'è mai di più lodevole della verità? Anche se in Platone
un detto d'Alcibiade attribuisce la verità al vino e ai fanciulli,
si tratta tuttavia di un elogio che, in assoluto, spetta soprattutto
a me. Ne fa fede Euripide che a me si riferisce col celebre detto:
"Il folle dice cose folli". Il folle porta scritto in
faccia, e traduce in parole, tutto quanto ha nel cuore. I saggi,
invece, sempre secondo Euripide, hanno due linguaggi: quello della
verità e quello dell'opportunismo. E' loro caratteristica mutare
il nero in bianco, spirando dalla medesima bocca ora il freddo ora
il caldo, avendo in fondo al cuore tutt'altro da quello che dicono
nei loro artefatti discorsi. Nella loro fortuna i prìncipi a me
sembrano sotto questo rispetto molto sfortunati: non hanno nessuno
che dica loro la verità, e sono costretti ad avere come amici degli
adulatori.
Ma, si potrebbe osservare, le orecchie dei prìncipi detestano la
verità e proprio per questo rifuggono dai saggi, nel timore che
qualcuno di lingua più sciolta osi dire cose vere piuttosto che
gradevoli. Così è: i re non amano la verità. Tuttavia proprio questo
si volge mirabilmente in vantaggio per i miei folli: da loro si
ascoltano con piacere, non solo la verità, ma anche indubbie insolenze,
a tal punto che, la stessa cosa, detta da un sapiente, gli frutterebbe
la morte, detta da un buffone diverte il signore oltre ogni dire.
La verità, infatti, ha un non so quale schietta capacità di piacere,
purchè non si accompagni all'intenzione di offendere: ma questo
è un dono che gli Dèi hanno elargito ai soli folli.
Sono press'a poco medesime le ragioni per cui le donne, più inclini
per natura al divertimento e alle frivolezze, si trovano di solito
tanto bene con un simile genere di uomini. Perciò, qualunque cosa
costoro facciano - anche se a volte sono cose fin troppo serie -
le donne, tuttavia, le volgono in scherzo e gioco, abili come sono
nel mascherare ogni loro trascorso.
37. Ma ora torniamo alla felicità dei folli. Trascorsa la vita
in grande letizia, senza nè il timore nè il senso della morte, se
ne vanno diritti ai campi Elisi, per dilettare anche lì, coi loro
scherzi, il riposo delle anime pie.
Paragoniamo quindi la condizione del saggio con quella di questo
buffone. Immagina, per contrapporlo a lui, un modello di sapienza:
un uomo che abbia consumato tutta la fanciullezza e l'adolescenza
a istruirsi in mille modi, perdendo la parte migliore della propria
vita in veglie senza fine, in affanni e fatiche; che nemmeno in
tutto il resto della propria vita abbia mai gustato un istante di
piacere; sempre parco, povero, triste, austero, inflessibile con
se stesso, fastidioso e inviso agli altri; pallido, macilento, cagionevole;
invecchiato e incanutito prima del tempo, colto da morte prematura,
anche se nulla importa, dopo tutto, quando muore un uomo così, che
non è mai vissuto. Ecco l'immagine perfetta del sapiente.
38. A questo punto, sento che le rane del Portico si rimettono
a gracidare contro di me. "Niente, dicono, è più miserevole
della demenza. Ma una eminente follia è molto vicina alla demenza,
o è demenza essa stessa. Che cosa infatti è la demenza, se non l'uscire
di senno? e costoro ne sono usciti del tutto. "Orsù, vediamo
di confutare con l'aiuto delle Muse anche questo sillogismo".
Certo il loro ragionamento è sottile, ma, come il Socrate platonico,
procedendo per divisione, di una Venere e di un Cupido ne faceva
due, così anche i nostri dialettici, se volevano apparire in senno,
dovevano distinguere dissennatezza da dissennatezza. Infatti non
ogni follia è fonte di guai. Altrimenti Orazio non si sarebbe chiesto:
"Si prende forse gioco di me un'amabile follia?", nè Platone
avrebbe collocato il delirio dei poeti, dei vati e degli amanti
tra i massimi doni della vita; nè la Sibilla avrebbe chiamato folle
l'impresa di Enea.
In verità ci sono due specie di follia. Una scaturisce dagli inferi
tutte le volte che le crudeli dee della vendetta, scatenando i loro
serpenti, suscitano nei cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile
sete di oro, o amore turpe e scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio,
e altri consimili orrori; oppure quando travagliano con le furie
e le faci tremende, un animo conscio dei propri delitti. L'altra,
non ha nulla in comune con questa; nasce da me e tutti la desiderano.
Si manifesta ogni volta che una dolce illusione libera l'animo dall'ansia
e lo colma, insieme, di mille sensazioni piacevoli. Proprio questa
illusione Cicerone, scrivendo ad Attico, augura a se stesso come
un gran dono degli Dèi, per potersi liberare dall'oppressione dei
gravi mali incombenti. Nè aveva torto quell'argivo che era pazzo
al punto da sedere da solo in teatro per giornate intere, ridendo,
applaudendo, godendosela, perchè credeva vi si rappresentassero
tragedie bellissime, mentre non si rappresentava proprio nulla.
Eppure, in tutte le altre faccende della vita, era perfettamente
normale: cordiale con gli amici, "gentile con la moglie, capace
di perdonare ai servi e di non dare in escandescenze se il sigillo
rotto denunciava la bottiglia aperta". Guarito dalle cure dei
familiari che gli somministrarono le medicine del caso, tornato
del tutto in sè, così si lamentava con gli amici: "Per Polluce!
m'avete ammazzato, amici miei, e non salvato, privandomi del piacere
e togliendomi con la forza quella mia così dolce illusione".
Aveva ragione: erano loro che sbagliavano e che, più di lui, avevano
bisogno dell'elleboro, loro che credevano di dover estirpare con
le medicine, quasi fosse un malanno, una così felice e piacevole
follia.
Tuttavia non ho ancora accertato se qualunque errore del senso
o della mente meriti il nome di follia. Se uno che ci vede poco
scambia un mulo per un asino, se un altro ammira come un monumento
di dottrina una rozza poesia, non si può senz'altro chiamarlo pazzo.
Ma se uno sbaglia, non solo col senso, ma anche col giudizio della
mente, e questo gli accade sempre e in proporzioni insolite, di
lui, sì, diremo che ha un ramo di pazzia; come chi, sentendo un
asino ragliare, credesse di ascoltare un meraviglioso concerto,
o chi, povero e di umili origini, credesse di essere Creso, re di
Lidia. Ma quando questa specie di follia, come di solito accade,
assume aspetti piacevoli, è di non piccolo diletto, sia per coloro
che ne sono posseduti, sia per quelli che stanno a vedere senza
esserne colpiti. Si tratta, si badi, di un'affezione molto diffusa;
più di quanto di solito si crede. Il pazzo ride del pazzo, e a vicenda
si offrono diletto. E non di rado vi accadrà di vedere che, di due
pazzi, è il più pazzo quello che più si prende gioco dell'altro.
39. Eppure, ve lo assicura la Follia in persona, uno è tanto più
felice quanto più la sua follia è multiforme, purchè si mantenga
entro il genere a me peculiare: un genere così diffuso che non so
se fra tutti gli uomini se ne possa trovare uno solo che sia costantemente
saggio, e che sia del tutto immune da una qualche forma di pazzia.
La differenza è tutta qui: chi vedendo una zucca la scambia per
la moglie, viene chiamato pazzo perchè la cosa succede a pochissimi.
Chi invece, avendo la moglie in comune con molti, giura che è più
virtuosa di Penelope, e, felice del suo errore, è orgoglioso di
sè, nessuno lo chiama pazzo, perchè la cosa accade spesso e dovunque.
Appartengono alla confraternita anche coloro che disprezzano tutto
in confronto ad una partita di caccia, e vanno dicendo di provare
un incredibile piacere tutte le volte che sentono il suono cupo
del corno e l'abbaiare dei cani. Credo che anche gli escrementi
dei cani, quando li annusano, mandino per loro profumo di cinnamomo.
E quale dolcezza squartare la selvaggina! L'umile plebe può squartare
tori e castrati, ma sarebbe un delitto farlo con un capo di selvaggina:
questa è prerogativa di nobili. A capo scoperto sta il nobile, piegati
i ginocchi, col coltello destinato allo scopo (è vietato servirsi
di uno strumento qualunque), con gesti rituali, in pio raccoglimento,
taglia determinate membra in un determinato ordine. Una folla silenziosa
lo circonda, ammirata come se assistesse a non so quale nuovo rito,
mentre si tratta di uno spettacolo visto e rivisto. Se poi uno ha
la fortuna d'assaggiare un bocconcino della preda, crede di avanzare
non poco in nobiltà. Costoro, cacciando e cibandosi in continuazione
di selvaggina, mentre ottengono solamente di trasformarsi press'a
poco in fiere, si illudono invece di menar vita da re.
Molto simili sono quanti, in preda alla frenesia del costruire,
senza posa trasformano il quadrato in rotondo, o il rotondo in quadrato.
Procedono ignari di ogni limite e misura finchè, ridotti in estrema
povertà, non hanno più nè tetto nè cibo. Ma che gli importa del
dopo? Intanto, per alcuni anni, sono stati immensamente felici.
Molto vicini a costoro, mi pare, sono quelli che con arti nuove
e arcane, tentano di trasformare la natura degli elementi e cercano
per terra e per mare la quinta essenza. Si nutrono di una speranza
così dolce da non tirarsi mai indietro di fronte a spese o fatiche,
e con mirabile spirito inventivo ne pensano sempre qualcuna per
ingannarsi una volta di più e per rivestire l'inganno di liete apparenze,
finchè, dato fondo a tutto il loro, non possono costruire più niente,
nemmeno un fornello. Non per questo, tuttavia, smettono di sognare
i loro bei sogni, ma spingono con tutte le loro forze anche gli
altri verso la medesima felicità. E quando l'ultima speranza li
ha abbandonati, resta tuttavia, a consolarli pienamente, un detto:
le grandi cose basta averle volute. Accusano allora la brevità della
vita, inadeguata alla grandezza dell'impresa.
Sono in dubbio se annoverare nella nostra congrega i giocatori.
Tuttavia è decisamente uno spettacolo di spassosa follia vedere
a volte gente così schiava del gioco da sentirsi venire le palpitazioni
appena giunge al loro orecchio il rumore di dadi. Quando poi, obbedendo
al costante stimolo della speranza di vincere, vedono naufragare
tutta la loro fortuna, infranta contro lo scoglio del gioco, ben
più insidioso del Capo Malea, appena in salvo, nudi di tutto, per
non farsi la fama di uomini poco seri, defraudano chiunque, piuttosto
che chi nel gioco li ha vinti. E che dire di quando, ormai vecchi,
con la vista che vacilla, ricorrendo alle lenti, continuano a giocare?
E quando infine la meritata gotta impedisce l'uso delle mani, arrivano
a pagare un sostituto che getti sulla tavola, per loro, i dadi.
Gran bella cosa sarebbe il gioco, se il più delle volte non volgesse
in passione rabbiosa; ma qui siamo ormai nel regno delle Furie,
non nel mio.
40. E' senza dubbio della mia pasta, invece, la schiera di quegli
uomini che si divertono ad ascoltare o narrare storie di miracoli
o di prodigi fantastici e non si stancano mai di ascoltare favole
in cui si parla di eventi portentosi, di spettri, di fantasmi, di
larve, degl'inferi, o di altre innumerevoli cose del genere. Quanto
più la favola si scosta dal vero, tanto più volentieri ci credono,
tanto più voluttuosamente le loro orecchie ne sono solleticate.
Di qui, non solo un apprezzabile passatempo contro la noia, ma anche
una fonte di guadagno, specialmente per i sacerdoti ed i predicatori.
Sono della stessa razza quanti nutrono la folle ma piacevole convinzione
di non essere esposti a morire in giornata, se hanno visto il simulacro
ligneo o l'immagine dipinta di un gigantesco san Cristoforo (il
nuovo Polifemo); o credono di tornare sani e salvi dalla battaglia,
se hanno rivolto le debite preghiere alla statua di santa Barbara;
o di arricchirsi in breve rendendo omaggio a sant'Erasmo in certi
giorni, con speciali moccoli e determinate formulette. In san Giorgio
hanno scoperto una specie di Ercole e hanno anche un secondo Ippolito.
Quasi adorano il suo cavallo dopo averlo adornato con la massima
devozione di falere e di borchie, nè risparmiano offerte di ogni
sorta per accaparrarsi la benevolenza del santo; giurare per il
suo elmo di bronzo, secondo loro, è proprio degno di un re.
Che dire poi di quelli che, nella dolcissima illusione di immaginarie
indulgenze accordate ai loro peccati, computano quasi con l'orologio
alla mano il periodo da passare in purgatorio, numerando secoli,
anni, mesi, giorni, ore, secondo una sorta di tavola matematica
sicura al cento per cento. O di quelli che fidando in segni magici
o in giaculatorie inventate da qualche pio ciurmadore, o per naturale
disposizione, o a scopo di lucro, non pongono limiti alle loro speranze:
ricchezze, onori, piaceri, abbondanza di tutto, una salute costantemente
ottima, una lunga vita, una vecchiaia vegeta, e, alla fine, nel
regno dei cieli, un seggio proprio accanto a Cristo. Questo, però,
senza fretta, per carità; ben vengano le delizie dei beati, ma quando,
con disappunto, dovranno lasciare i piaceri della vita a cui sono
abbarbicati con le unghie e coi denti.
Immagina un negoziante, ma anche un soldato, un giudice: rinunciando
a una sola monetina dopo tante ruberie, crede di avere lavato una
volta per tutte il fango di un'intera vita, un'autentica palude
di Lerna, e ritiene che tanti spergiuri, tanta libidine, tante ubriacature,
tante risse, tante stragi, tante imposture, tante perfidie, tanti
tradimenti, siano riscattati come in base ad un regolare patto,
e riscattati al punto da poter ricominciare da zero una nuova catena
di delitti.
E chi è più folle, o meglio più felice, di quanti recitando ogni
giorno sette versetti del salterio si ripromettono una beatitudine
sconfinata? A indicare a san Bernardo quei magici versetti si crede
sia stato un demone faceto, più sciocco invero che furbo, se, poveretto,
rimase intrappolato nel suo stesso inganno. Roba da matti! persino
io me ne vergogno. Sono cose, tuttavia, che godono l'approvazione,
non solo del volgo, ma anche di chi propina insegnamenti religiosi.
O non è forse lo stesso caso di quando ogni regione reclama il
suo particolare santo protettore, ognuno coi suoi poteri, ognuno
venerato con determinati riti? questo fa passare il mal di denti;
quello assiste le partorienti. C'è il santo che fa recuperare gli
oggetti rubati, quello che rifulge benigno al naufrago, un altro
che protegge il gregge; e via discorrendo. Troppo lungo sarebbe
elencarli tutti. Ve ne sono che da soli possono essere utili in
parecchi casi; vi ricordo la Vergine, madre di Dio, alla quale il
volgo attribuisce quasi più poteri che al figlio.
41. Infine, che cosa chiedono gli uomini a questi santi, se non
cose che sanno di follia? Fra tanti ex-voto di cui sono zeppe le
pareti, e persino le volte di certe Chiese, ne avete mai visti di
chi fosse guarito dalla follia, o che fosse diventato, sia pure
uno zinzino, più saggio? Qualcuno si è salvato a nuoto; un altro,
ferito dal nemico, è riuscito a sopravvivere; chi, abbandonato il
campo mentre gli altri combattevano, ne è uscito con fortuna salvando
anche l'onore; uno, con l'aiuto di un santo protettore dei ladri,
è caduto dal patibolo per poter continuare ad alleggerire delle
loro ricchezze quelli che non le meritano. Chi è fuggito dal carcere
forzando la porta; un altro è guarito dalla febbre con disappunto
del medico; a uno la bevanda velenosa non è stata letale, perchè,
sciogliendogli il corpo, gli è servita da medicina, con scarsa soddisfazione
della moglie che si era data da fare per niente. Un uomo, pur essendoglisi
rovesciato il carro, ha riportato sani e salvi i cavalli. Un altro
ancora, rimasto sotto le macerie, è sopravvissuto; uno, infine,
colto sul fatto da un marito, è riuscito a svignarsela.
Nessuno che renda grazie per essere stato guarito dalla pazzia.
Gran bella cosa mancare di senno, se i mortali tutto deprecano,
fuori che la follia. Ma perchè poi mi vado a cacciare in questo
mare di superstizioni? "Cento lingue, cento bocche, un'ugola
di ferro, non mi basterebbero a enumerare tutte le varietà di pazzi,
a elencare tutte le forme di follia." (Virgilio, "Eneide").
A tal punto la cristianità intera trabocca di vaneggiamenti del
genere; e i sacerdoti stessi sono pronti ad ammetterle e incoraggiarle,
non ignorando il guadagno che di solito ne viene. Se però nel frattempo
qualche odioso saggio si levasse a dire le cose come stanno - "morirai
bene, se bene hai vissuto; laverai i tuoi peccati, se all'offerta
di una moneta aggiungerai il pentimento con lacrime, veglie, preghiere,
digiuni, e un radicale cambiamento di vita; avrai la protezione
di questo Santo, se ne imiterai la vita" -; se quel saggio
si mettesse a ripetere queste cose ed altre del genere, vedresti
in quale sgomento farebbe precipitare le anime dei mortali, prima
così colme di letizia!
Rientrano in questa congrega coloro che da vivi stabiliscono la
pompa del proprio funerale con tanta cura da indicare il numero
delle torce, degli incappati, dei cantori, dei lamentatori di mestiere,
come se dovessero avere un qualche sentore dello spettacolo, o se
da morti potessero vergognarsi qualora il cadavere non fosse sepolto
con la debita magnificenza, a somiglianza di chi, elevato ad una
carica, si preoccupa di organizzare giochi e banchetto.
42. Per quanto cerchi di non dilungarmi, non riesco proprio a passare
sotto silenzio coloro che, in nulla diversi dall'ultimo ciabattino,
si compiacciono tuttavia oltremodo di un vano titolo nobiliare.
Chi, a sentir lui, discende da Enea, chi da Bruto, chi da Arturo;
mostrano da ogni parte gli antenati in effigie, ritratti da scultori
e pittori. Ti enumerano uno dopo l'altro bisavoli e trisavoli ricordandone
gli antichi soprannomi, mentre per parte loro non dicono molto di
più di una muta statua, anzi dicono meno dei ritratti che ostentano.
E tuttavia il dolce amore di sè li fa vivere in perfetta letizia.
Nè mancano gli sciocchi che guardano a questa razza di animali come
se fossero divinità.
Ma perchè perdermi a parlare dell'una o dell'altra specie di gente,
come se dappertutto la nostra Filautìa non fosse per tanti, e nelle
forme più inattese, fonte di grandissima felicità?
Questo qui è più brutto di una scimmia, e si crede un Nireo. Un
altro, appena ha tracciato tre linee col compasso, si crede Euclide.
Un altro ancora, che sta come un asino davanti alla lira, ed ha
mezzi vocali degni di un gallo in amore quando si avventa sulla
gallina, s'immagina di essere un secondo Ermogene. Un posto a parte
merita quell'ineffabile genere di follia per cui tanti, se uno dei
loro servi ha delle doti, se ne gloriano come di cosa propria. Come
quel riccone doppiamente felice di cui parla Seneca, che, se doveva
raccontare una storiella, teneva d'intorno i servi perchè gli suggerissero
i nomi; e, fidando nel fatto di averne in casa tanti assai ben piantati,
pur essendo così debole da reggere l'anima coi denti, non avrebbe
esitato a cimentarsi in una gara di pugilato.
A che ricordare chi fa professione di artista? La filautìa è peculiare
a tutta questa gente a tal segno, che faresti prima a trovarne uno
disposto a cedere il campicello paterno che a rinunziare al suo
talento, soprattutto nell'ambito degli attori, dei cantori, degli
oratori e dei poeti. Quanto più uno lascia a desiderare, tanto più
è arrogante nell'autocompiacimento, tanto più si vanta, tanto più
si gonfia. Il simile ama il simile, e quanto meno si vale tanto
più si è ammirati; i più vanno sempre dietro alle cose peggiori,
perchè, come ho detto, la maggior parte degli uomini è soggetta
alla follia. Quindi, se chi è più ignorante è più contento di sè
e ha più largo successo, cosa mai lo dovrebbe indurre ad optare
per una cultura autentica, che in primo luogo gli costerebbe parecchio,
e in secondo luogo lo renderebbe più fragile e più timido; e, infine,
restringerebbe sensibilmente la cerchia dei suoi ammiratori.
43. Mi rendo conto che la natura, come ha infuso un amor proprio
particolare nei singoli individui, ne ha instillato uno comune a
tutti i cittadini di ciascuna nazione, e starei per dire di una
stessa città. Di qui la pretesa degli Inglesi di primeggiare, oltre
che nel resto, sul piano della bellezza, della musica, delle laute
mense; gli Scozzesi vantano nobiltà, parentele regali, nonchè dialettiche
sottigliezze; i Francesi rivendicano la raffinatezza dei costumi;
i Parigini pretendono la palma della scienza teologica vantandone
un possesso quasi esclusivo; gli Italiani affermano la loro superiorità
nelle lettere e nell'eloquenza; e si cullano tutti nella dolcissima
convinzione di essere i soli non barbari fra i mortali. Primi, in
questo genere di felicità, sono i Romani, ancora immersi nei bellissimi
sogni dell'antica Roma; quanto ai Veneti, si beano del prestigio
della loro nobiltà. I Greci, quali inventori delle arti, si vantano
delle antiche glorie dei loro famosi eroi; i Turchi, e tutta quella
massa di autentici barbari, pretendono il primato anche in fatto
di religione e quindi deridono i cristiani come superstiziosi. Molto
più gustoso è il caso degli Ebrei che aspettano sempre incrollabili
il proprio Messia, e ancor oggi si tengono aggrappati al loro Mosè;
gli Spagnoli non la cedono a nessuno in fatto di gloria militare;
i Tedeschi si compiacciono dell'alta statura e della conoscenza
della magia.
44. Senza andare dietro ai casi particolari, vi rendete conto,
penso, di quanto piacere venga dalla Filautìa agli individui e ai
mortali in genere. Le sta quasi alla pari la sorella Adulazione.
La filautìa, infatti, consiste nell'accarezzare se stessi; se si
accarezza un altro, si tratta di adulazione. Oggi, però, l'adulazione
non gode buona fama; ma questo fra coloro per cui le parole valgono
più delle cose. Ritengono che l'adulazione non si può accompagnare
alla fedeltà, mentre potrebbero rendersi conto di quanto sbagliano,
solo se guardassero all'esempio che viene dalle bestie. Chi, infatti,
più adulatore del cane? e, al tempo stesso, chi più fedele? Chi
è più carezzevole dello scoiattolo? ma chi più di lui amico dell'uomo?
A meno che non si vogliano considerare più utili all'uomo i fieri
leoni, e le crudeli tigri, o i feroci leopardi. Anche se è vero
che c'è una forma d'adulazione davvero perniciosa con cui taluni,
perfidamente beffando i poveri ingenui, li portano alla rovina.
Questa mia adulazione, invece, ha radice in un certo bonario candore
ed è molto più vicina alla virtù di quella durezza e severità ruvida
e stizzosa, di cui parla Orazio, e che si suole contrapporle. La
mia adulazione rincuora gli animi abbattuti, raddolcisce la tristezza,
riscuote dall'inerzia, sveglia gli ottusi, dà sollievo ai malati,
mitiga i violenti, mette pace fra gli innamorati e ne conserva la
buona armonia. Attira i fanciulli allo studio delle lettere, rallegra
i vecchi, ammonisce ed ammaestra i prìncipi senza offenderli, sotto
specie di lodarli. Insomma, fa in modo che ciascuno sia di sè più
contento e a sè più caro, il che è parte della felicità, e addirittura
la parte più importante. Che cosa può esservi di più gentile di
due muli che si grattano a vicenda? Per non aggiungere che questa
mia adulazione è una notevole parte della celebrata eloquenza, e
costituisce la parte maggiore della medicina; della poesia poi è
la componente massima. Ed è miele e condimento di tutte le relazioni
umane.
45. Ma è male, dicono, essere ingannati; c'è molto di peggio: non
essere ingannati. Sono, infatti, proprio privi di buon senso quanti
ripongono la felicità dell'uomo nelle cose stesse. Essa dipende
dal nostro modo di vederle. Infatti tale è l'oscurità e varietà
delle cose umane che niente si può sapere con chiarezza, come giustamente
affermano i miei Accademici, i meno presuntuosi dei filosofi.
Se poi qualcosa si può sapere, spesso abbiamo poco da rallegrarcene.
L'animo umano, infine, è fatto in modo tale che la finzione lo domina
molto più della verità. Chi ne volesse trovare una prova facilmente
accessibile, potrebbe andare in Chiesa a sentir prediche: qui, se
il discorso si fa serio, tutti sonnecchiano, sbadigliano, si annoiano.
Ma, se l'urlatore di turno (è stato un lapsus, volevo dire l'oratore),
come spesso succede, prende le mosse da qualche storiella da vecchierelle,
tutti si svegliano, si tirano su, stanno a sentire a bocca aperta.
Del pari, se c'è un Santo leggendario e poetico - per esempio San
Giorgio, o San Cristoforo, o Santa Barbara - lo vedrete venerare
con molto maggiore pietà di San Pietro, e San Paolo, e dello stesso
Gesù Cristo. Ma di questo, qui non è il luogo. Costa veramente poco
conquistare la felicità illusoria che dicevo! Le cose vere, anche
le meno rilevanti, come la grammatica, costano tanta fatica. Un'opinione,
invece, costa così poco, e alla nostra felicità giova altrettanto,
se non di più. Se, per esempio, uno si ciba di pesce in salamoia
andato a male, di cui un altro neppure potrebbe sopportare il puzzo,
mentre per lui sa d'ambrosia, di' un po', che cosa mai gl'impedisce
di godersela? Al contrario, se a uno lo storione dà la nausea, che
razza di piacere ne trarrà? Se una moglie decisamente brutta al
marito sembra tale da poter gareggiare con la stessa Venere, non
sarà forse come se fosse bella davvero? Se uno contempla ammirato
una tavola impiastricciata di rosso e di giallo, persuaso di trovarsi
davanti ad un dipinto di Apelle o di Zeusi, non sarà forse più felice
di chi ha comprato a caro prezzo un'opera di quegli artisti per
poi gustarla forse con minore passione? Conosco un tale che si chiama
come me, e che alla sposa novella donò alcune gemme false facendogliele
credere, con la parlantina che aveva, non solo assolutamente vere,
ma anche rare e di valore inestimabile.
Ditemi un po', che differenza c'era per la fanciulla, visto che
quei pezzetti di vetro rallegravano altrettanto i suoi occhi e il
suo cuore, se conservava gelosamente presso di sè delle sciocchezzuole
di nessun valore come se fossero chissà qual tesoro? Il marito,
frattanto, evitava una spesa e godeva dell'illusione della moglie
che gli era grata come se avesse ricevuto doni di gran pregio.
Che differenza pensate vi sia fra coloro che nella caverna di Platone
contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri,
paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla
caverna, vede le cose vere? Se il Micillo di Luciano avesse potuto
continuare a sognare in eterno il suo sogno di ricchezza, che motivo
avrebbe avuto di desiderare un'altra felicità? La condizione dei
folli, perciò, non differisce in nulla da quella dei savi, o, meglio,
se in qualcosa differisce, è preferibile. Innanzitutto perchè la
loro felicità costa ben poco: solo un piccolo inganno di sè.
46. E poi perchè ne godono insieme con moltissimi, e "non
c'è bene di cui si possa godere davvero se non si ha qualcuno con
cui dividerlo" (Seneca, "Epistuale morales"). E chi
non sa quanto pochi sono i sapienti, se pur qualcuno ve n'è? In
tanti secoli i Greci ne contano in tutto sette, e anche di questi,
per Ercole, se si andasse a guardare meglio, nessuno, ho paura,
risulterebbe sapiente a metà, e forse neppure per un terzo.
Perciò, se dei molti meriti di Bacco giustamente si considera il
più importante la capacità di scacciare gli affanni, e anche questo
solo finchè, appena smaltita la sbornia, gli affanni tornano all'assalto
- come dicono, su bianchi destrieri - quanto più completo ed efficace
il mio beneficio per cui l'animo, in una ebbrezza perenne, senza
nessuna fatica, si riempie di gioia, di piaceri, di esultanza! Nè
lascio alcun mortale privo del mio dono, mentre i doni degli altri
Dèi vanno ora a questo ora a quello.
Non sgorga dappertutto, a scacciare gli affanni, un dolce vino
generoso, fecondo di speranze.
A pochi la bellezza, dono di Venere; meno ancora sono quelli a
cui tocca l'eloquenza, dono di Mercurio; non molti hanno in sorte,
col favore di Ercole, le ricchezze, nè il Giove omerico concede
a tutti l'imperio. Spesso Marte nega il suo appoggio ad entrambi
i contendenti. Parecchi lasciano il tripode di Apollo con la tristezza
in cuore. Il figlio di Saturno scaglia spesso i suoi fulmini; a
volte Febo coi suoi dardi diffonde la peste. Nettuno ne uccide più
di quanti ne salva; per non menzionare cotesti Veiovi, Plutoni,
Sventure, Pene, Febbri, e simili, che non sono divinità ma carnefici.
Io, la Follia, sono la sola a stringere tutti ugualmente in così
generoso abbraccio.
47. Non voglio preghiere e non mi sdegno per avere offerte espiatorie,
se qualche particolare del cerimoniale è stato trascurato. Se, quando
tutti gli altri Dèi sono invitati, mi lasciano a casa non permettendomi
neanche di annusare il buon odore delle vittime, non ne faccio una
tragedia. Quanto agli altri Dèi, invece, sono così suscettibili
che quasi meglio sarebbe - senza dubbio sarebbe più prudente - lasciarli
perdere piuttosto che venerarli. Come certi uomini, così difficili
ed irritabili, che è preferibile non conoscerli affatto piuttosto
che averli amici.
Nessuno, dicono, offre sacrifici o innalza templi alla Follia.
Di questa ingratitudine, come dicevo, un poco mi stupisco, anche
se poi, col buon carattere che mi ritrovo, ci passo sopra. D'altronde
onori del genere esulano dai miei desideri. Perchè mai dovrei desiderare
un pugno di incenso, una focaccia, un becco o un porco, quando gli
uomini di tutto il mondo mi tributano un culto che persino dai teologi
viene tenuto nel massimo pregio! A meno che non debba mettermi ad
invidiare Diana perchè riceve sacrifici di sangue umano! Io ritengo
di essere venerata col massimo della devozione quando tutti gli
uomini, come di fatto succede, mi hanno in cuore e modellano su
di me i loro costumi, le loro regole di vita. Una forma di culto
che non è frequente neppure fra i cristiani.
Quanti sono, infatti, coloro che accendono alla Vergine, madre
di Dio, un candelotto, magari a mezzogiorno, quando proprio non
ce n'è bisogno! D'altra parte, quanto pochi cercano d'imitarne la
castità, la modestia, l'amore per il regno dei cieli! Mentre è questo
alla fine il vero culto, il più gradito agli abitatori del cielo.
Inoltre, perchè mai dovrei desiderare un tempio, quando l'universo
è il mio tempio? e un gran bel tempio, se non erro. Nè mi mancano
i devoti, se non dove mancano gli uomini. Nè sono così sciocca da
andare in cerca di statue di pietra dipinte a colori, che spesso
nuocciono al nostro culto perchè i più ottusi adorano le immagini
invece delle divinità, mentre a noi capita quello che di solito
succede a quanti sono soppiantati dai loro rappresentanti. Io credo
di avere tante statue quanti sono gli uomini che, anche senza volere,
mostrano nel volto la mia immagine vivente. Non ho nulla da invidiare
agli altri Dèi, se vengono venerati chi in un cantuccio della terra
chi in un altro, e solo in giorni determinati, come Febo a Rodi,
Venere a Cipro, Giunone ad Argo, Minerva ad Atene, Giove sull'Olimpo,
Nettuno a Taranto, Priapo a Lampsaco. A me il mondo intero offre
senza sosta vittime ben più pregiate.
48. Se qualcuno giudica questo mio discorso più baldanzoso che
veritiero, andiamo un po' a vedere la vita stessa degli uomini,
per mettere in chiaro quanto mi devono, e in che conto mi tengono,
tanto i potenti come i poveri diavoli.
Non esamineremo la vita di uomini qualunque, si andrebbe troppo
per le lunghe, ma solo quella di personaggi segnalati, da cui sarà
facile giudicare gli altri. Che importa infatti parlare del volgo
e del popolino che, al di là di ogni discussione, mi appartiene
senza eccezioni? Tante, infatti, sono le forme di follia di cui
da ogni parte il popolo trabocca, tante ne inventa di giorno in
giorno, che per riderne non basterebbero mille Democriti, anche
se poi, per quegli stessi Democriti, ci vorrebbe ancora un altro
Democrito. E' quasi incredibile quanti motivi di riso, di scherzo,
di piacevole svago, i poveracci offrono agli Dèi. Agli Dèi che dedicano
le ore antimeridiane, quando ancora non sono ubriachi, a litigiose
discussioni e all'ascolto delle preghiere. Ma poi, quando sono ebbri
di nettare, e non hanno più voglia di attendere a faccende serie,
seduti nella parte più alta del cielo, si chinano a guardare cosa
fanno gli uomini. Nè c'è spettacolo che gustino di più. Dio immortale!
quello sì che è teatro! Che varietà nel tumultuoso agitarsi dei
pazzi! Io stessa, infatti, talvolta vado a sedermi nelle file degli
Dèi dei poeti. Questo si strugge d'amore per una donnetta, e quanto
meno è riamato tanto più ama senza speranza. Quello sposa la dote
e non la donna. Quell'altro prostituisce la sposa, mentre un altro
ancora, roso dalla gelosia, tiene gli occhi aperti come Argo. Quali
spettacolari sciocchezze dice e fa qualcuno in circostanze luttuose,
arrivando a pagare dei professionisti perchè recitino la commedia
del compianto! C'è chi piange sulla tomba della matrigna, e chi
spende tutto ciò che può racimolare per impinguarsi il ventre, a
rischio, magari, di ridursi in breve a morire di fame. Qualcuno
pone in cima ai suoi pensieri il sonno e l'ozio. C'è chi si prodiga
con ogni cura per gli affari degli altri mentre trascura i propri,
e chi, preso nel giuoco dei debiti, prossimo a fallire, si crede
ricco del denaro altrui; un altro pone all'apice della sua felicità
morire povero pur di arricchire l'erede. Questi per un guadagno
modesto, e per giunta incerto, corre tutti i mari, affidando la
vita, che il denaro non ricompra, alle onde e ai venti; quello preferisce
cercare di arricchirsi in guerra piuttosto che starsene al sicuro
in casa sua. Ci sono di quelli che credono si possa arrivare alla
ricchezza senza la minima fatica andando a caccia di vecchi senza
eredi; nè manca chi, in vista dello stesso risultato, opta per un
legame con vecchiette danarose. Gli uni e gli altri offrono agli
Dèi che stanno a guardare uno spettacolo oltremodo divertente, quando
si fanno abbindolare proprio da coloro che vogliono intrappolare.
La razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando
la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo,
spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono da più
degli altri perchè hanno le dita inanellate d'oro. Nè mancano di
adularli certi fraticelli che li ammirano e li chiamano apertamente
venerabili, senza dubbio perchè una piccola parte degli illeciti
profitti vada a loro. Altrove puoi vedere dei Pitagorici, a tal
segno convinti della comunanza dei beni, che, se trovano qualcosa
d'incustodito, tranquillamente se ne appropriano come l'avessero
ricevuto in eredità. C'è chi, ricco solo di speranze, sogna la felicità,
e già questo sogno, per lui, è la felicità. Taluni si compiacciono
di essere creduti ricchi, mentre a casa loro muoiono di fame. Uno
si affretta a dilapidare tutto quello che possiede; un altro accumula
con mezzi leciti e illeciti. Questo si fa portare candidato perchè
ambisce a pubbliche cariche, quello è contento di starsene accanto
al fuoco. E sono tanti quelli che intentano interminabili cause
e che, portatori di opposti interessi, fanno a gara per arricchire
il giudice che accorda rinvii, e l'avvocato che è in combutta con
la parte avversa. Uno ha la mania di rinnovare il mondo, un altro
propende per il grandioso. C'è chi, senza nessuna ragione d'affari,
lascia a casa moglie e figli e se ne va a Gerusalemme, a Roma, a
San Giacomo di Compostella.
Insomma, se, come una volta Menippo dalla Luna, potessimo contemplare
dall'alto gli uomini nel loro agitarsi senza fine, crederemmo di
vedere uno sciame di mosche e di zanzare in contrasto fra loro,
intente a combattersi, a tendersi tranelli, a rapinarsi a vicenda,
a scherzare, a giocare, nell'atto di nascere, di cadere, di morire.
Si stenta a credere che razza di terremoti e di tragedie può provocare
un animaletto così piccino e destinato a vita così breve. Infatti,
di tanto in tanto, un'ondata anche non grave di guerra o di pestilenza
ne colpisce e ne distrugge migliaia e migliaia.
49. Sarei io stessa un'autentica pazza, e meriterei proprio di
far ridere Democrito a più non posso, se continuassi ad elencare
tutte le forme di stolta pazzia proprie del volgo. Mi rivolgerò
a quelli che fra i mortali vestono l'abito della sapienza e, come
si dice, aspirano al famoso ramo d'oro.
Fra loro al primo posto stanno i grammatici, che sarebbero per
certo la genìa più calamitosa, più lugubre, più invisa agli Dèi,
se non ci fossi io a mitigare, con una dolce forma di follia, i
guai di quella infelicissima professione. Su di essi, infatti, non
pesano solo le cinque maledizioni di cui parla l'epigramma greco,
ma tante, tante di più: sempre affamati, sempre sporchi, se ne stanno
nelle loro scuole, e le ho chiamate scuole, ma avrei dovuto dire
luoghi dove si lavora come schiavi, camere di tortura; fra turbe
di ragazzi invecchiano nella fatica; assordati dagli schiamazzi,
imputridiscono nel puzzo e nel sudiciume; tuttavia, per mio beneficio,
avviene che si ritengano i primi tra gli uomini. Sono così contenti
di sè, quando col volto truce e con la voce minacciosa atterriscono
la tremebonda folla degli alunni; quando le suonano a quei disgraziati
con sferze, verghe e scudisci, e in tutti i modi incrudeliscono
a loro capriccio, a imitazione del famoso asino di Cuma. Intanto,
per loro, quel sudiciume è la quintessenza del nitore, quel puzzo
sa di maggiorana, quell'infelicissima schiavitù è pari a un regno,
a tal punto che rifiuterebbero di scambiare la loro tirannide col
potere di Falaride o di Dionigi. Ma anche più felici si sentono
per non so quale convinzione di essere dei dotti. Mentre ficcano
in testa ai ragazzi madornali sciocchezze, tuttavia, Dio buono,
di fronte a chi, Palemone o Donato che sia, non ostentano sprezzante
superiorità? E con non so quali trucchi riescono a meraviglia nell'intento
di apparire al re sciocche mammine e ai padri scemi pari all'opinione
che hanno di sè.
C'è poi un'altra fonte di piacere: quando uno di loro scova in
un foglio ammuffito il nome della madre di Anchise, o una paroletta
di uso non comune, BUBSEQUA, BOVINATOR o MANTICULATOR, o quando,
scavando da qualche parte, tira fuori un frammento di antico sasso
che porta un'iscrizione mutila. O Giove, che esplosioni di gioia
allora, che trionfi, che elogi! come se avesse messo in ginocchio
l'Africa, o espugnato Babilonia! E che diremo di quando vanno sbandierando
a tutto spiano i loro insulsissimi versiciattoli, che non mancano
peraltro di ammiratori? credono ormai che lo spirito di Virgilio
sia penetrato in loro. Ma la scena più divertente si ha quando si
scambiano lodi e complimenti, e a vicenda si danno una lisciatina.
Se poi uno di loro incappa in un lapsus, e un altro più avveduto
per caso se ne accorge, allora sì, per Ercole, che ne viene fuori
una tragedia a base di polemiche, di litigi, di ingiurie! Possano
tutti i grammatici volgersi contro di me, se mento.
Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: sapeva
di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina, e
questo a livello superiore. Ormai sessantenne, messo da parte tutto
il resto, da oltre vent'anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo
di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza
come vadano distinte le otto parti del discorso; finora nessuno,
nè dei Greci nè dei Latini, ci è riuscito pienamente. Di qui quasi
un caso di guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale.
A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti grammatici,
anzi di più se solo il mio amico Aldo Manuzio ne ha pubblicate più
di cinque, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente
nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti
con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante,
attanagliato com'è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria,
rendendo vane così annose fatiche. Preferite chiamarla follia o
stoltezza? A me poco importa, purchè siate disposti a riconoscere
che, per mio beneficio, l'animale più infelice di tutti può attingere
tale una felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure
con quella dei re persiani.
50. Meno mi devono i poeti, che pure appartengono apertamente alle
mie schiere, libera schiatta come sono, secondo il proverbio, tutti
presi dall'impegno di sedurre l'orecchio dei pazzi con autentiche
sciocchezze e storielle risibili. Fidando in questi mezzi, mirabile
a dirsi, promettono immortalità e divina beatitudine a se stessi
e anche agli altri. A costoro soprattutto sono legate Filautìa e
Kolakìa, che da nessun'altra stirpe mortale ricevono un culto altrettanto
schietto e costante. Quanto ai retori, benchè prevarichino un poco
con la complicità dei filosofi, fanno parte anche loro della nostra
confraternita. Molte cose lo dimostrano, ma una in primo luogo:
che, a parte le altre sciocchezze, tanto hanno scritto e con tanto
impegno a proposito dell'arte di scherzare. E l'autore, chiunque
esso sia, della RETORICA AD ERENNIO, annovera la follia tra le varietà
di facezie; Quintiliano poi, che in questo campo è di gran lunga
il migliore, ci ha dato sul riso un capitolo più lungo dell'ILIADE.
Tanto essi valorizzano la follia che spesso quando sono a corto
d'argomenti, cercano una scappatoia nel riso. A meno di negare che
sia proprio della follia suscitare ad arte pazze risate dicendo
cose che appunto, fanno ridere.
Nella stessa schiera rientrano quelli che aspirano a fama immortale
pubblicando libri. Mi devono tutti moltissimo, ma in particolare
coloro che imbrattano i fogli con autentiche sciocchezze. Gli eruditi,
infatti, che scrivono per pochi dotti, e che non rifiutano per giudici
nè Persio nè Lelio, a me non sembrano punto felici, ma piuttosto
degni di pietà, perchè senza posa si arrovellano a fare giunte,
mutamenti, tagli, sostituzioni. Riprendono, limano; chiedono pareri;
lavorano a una cosa anche per nove anni, e non sono mai contenti;
a così caro prezzo comprano un premio da nulla quale è la lode,
e lode di pochissimi, per di più: la pagano con tante veglie, con
tanto spreco di sonno - il sonno, la più dolce delle cose! - con
tanta fatica, con tanto sacrificio.
Aggiungi il danno della salute, la bellezza che se ne va, il calo
della vista, o addirittura la cecità, la povertà, l'invidia degli
altri, la rinuncia ai piaceri, la senescenza precoce, la morte prematura;
e chi più ne ha, più ne metta. Il sapiente crede che ne valga la
pena: mali sì gravi in cambio del plauso di uno o due cisposi. Quanto
più felice il delirio dello scrittore mio seguace quando, senza
starci punto a pensare, solo col modico spreco di un po' di carta,
seguendo l'ispirazione del momento, traduce prontamente in scrittura
tutto quanto gli passa per la testa, anche i sogni, sapendo che
più sciocche saranno le sciocchezze che scrive, e più troverà consenso
nella maggioranza, cioè in tutti gli stolti e ignoranti. Che importa
il disprezzo di tre dotti, ammesso che le leggano? e che peso può
avere il giudizio di così pochi sapienti, se a contrastarlo c'è
una folla così sconfinata? Ma ancora più avveduti si rivelano coloro
che pubblicano, spacciandoli per propri, gli scritti altrui e valendosi
dell'apparenza trasferiscono sulla propria persona una gloria che
è frutto del faticoso impegno d'altri; fidano su questo, che se
anche saranno accusati di plagio, tuttavia, per qualche tempo, avranno
tratto vantaggio dall'inganno.
Vale la pena di vedere come sono soddisfatti di sè quando la gente
li elogia, quando li segna a dito nella folla: "E lui! lo scrittore
famoso!"; quando i loro libri stanno in mostra in libreria,
quando in cima a ogni pagina si leggono quei tre nomi, soprattutto
se stranieri e con un sapore di magia. Ma cosa sono poi, buon Dio,
se non dei nomi? E quanto pochi saranno a conoscerli, se si pensa
a quant'è grande il mondo; e meno ancora, poi, saranno a lodarli,
perchè anche gli ignoranti hanno gusti diversi. Che dite degli stessi
nomi, non di rado fittizi e tratti dai libri degli antichi? Chi
si compiace di chiamarsi Telemaco, chi Steleno o Laerte; chi Policrate
e chi Trasimaco, tanto che ormai potremmo benissimo chiamarli camaleonte
o zucca, oppure indicare i libri con le lettere dell'alfabeto, secondo
l'uso dei filosofi.
Eppure più di tutto diverte vederli, sciocchi e ignoranti come
sono, impegnati a scambiare con altri, sciocchi e ignoranti come
loro, lettere e versi elogiativi, encomi. In questi scambi di lodi,
chi diventa un Alceo e chi un Callimaco; chi è superiore a Cicerone
e chi più dotto di Platone. A volte, per accrescere nella gara la
loro fama, creano un avversario, e "il pubblico, incerto, non
sa quale partito prendere", finchè ne escono tutti vittoriosi
e lasciano il campo da trionfatori.
I saggi ridono di queste cose come di solenni sciocchezze, e tali
sono. Chi lo nega? Ma intanto, per merito mio, quelli se la godono
e non scambierebbero i loro trionfi neppure con quelli degli Scipioni.
Gli stessi dotti, del resto, mentre ridono divertendosi un mondo
e godono della follia altrui, contraggono anch'essi con me un gran
debito; nè possono negarlo, se non sono proprio degl'ingrati.
51. Fra gli eruditi il primo posto spetta ai giureconsulti, e nessuno
più di loro è soddisfatto di sè quando, impegnati in una fatica
di Sisifo, formulano leggi a migliaia, non importa a qual proposito,
e aggiungendo glosse a glosse, pareri a pareri, fanno in modo da
presentare lo studio del diritto come il più difficile fra tutti.
Attribuiscono infatti titolo di nobiltà a tutto ciò che costa fatica.
Accanto ai giuristi collochiamo i dialettici e i sofisti, una genìa
più loquace dei bronzi di Dodona: uno qualunque di loro potrebbe
gareggiare in fatto di chiacchiera con venti donne di prima scelta.
Meglio per loro sarebbe, se fossero soltanto chiacchieroni, e non
anche litigiosi al punto di polemizzare con estrema tenacia per
questioni di lana caprina e da trascurare spesso, nella foga della
contesa, i diritti della verità. Pieni di sè come sono, godono ugualmente
quando, armati di tre sillogismi, non esitano ad attaccare lite
con chiunque, a qualunque proposito. Del resto la loro pertinacia
li rende invincibili, anche se il loro avversario è uno Stentore.
52. E poi ci sono i filosofi, venerandi per barba e mantello: affermano
di essere i soli sapienti; tutti gli altri sono soltanto ombre inquiete.
Ma com'è bello il loro delirio quando costruiscono mondi innumerevoli;
quando misurano, quasi col pollice e il filo, il sole, la luna,
le stelle, le sfere; quando rendono ragione dei fulmini, dei venti,
delle eclissi e degli altri fenomeni inesplicabili, senza la minima
esitazione, come se fossero a parte dei segreti della natura artefice
delle cose, come se venissero a noi dal consiglio degli Dèi! La
natura, intanto, si fa le grandi risate su di loro e sulle loro
ipotesi. A dimostrare che nulla sanno con certezza, basterebbe quel
loro polemizzare sulla spiegazione di ogni singolo fenomeno. Loro,
pur non sapendo nulla, affermano di sapere tutto; non conoscendo
se stessi e non accorgendosi, a volte, della buca o del sasso che
hanno sotto il naso, o perchè in molti casi ci vedono poco, o perchè
sono altrove con la testa, sostengono di vedere idee, universali,
forme separate, materie prime, quiddità, ecceità, e cose tanto sottili
da sfuggire, credo, persino agli occhi di Linceo. Disprezzano in
particolare il profano volgo, quando confondono le idee agli ignoranti
con triangoli, quadrati, circoli, e figure geometriche siffatte,
disposte le une sulle altre a formare una specie di labirinto, e
poi con lettere collocate quasi in ordine di battaglia e variamente
manovrate. Nè mancano, fra loro, quelli che, consultando gli astri,
predicono l'avvenire promettendo miracoli che vanno al di là della
magia; e, beati loro, trovano anche chi ci crede.
53. Quanto ai teologi, forse meglio farei a non parlarne, evitando
di suscitare un vespaio e di toccare quest'erba puzzolente, perchè,
altezzosi e litigiosi come sono, non abbiano ad assalirmi a schiere
con centinaia di argomenti, costringendomi a fare ammenda. Se mi
rifiutassi, mi accuserebbero senz'altro di eresia, questo essendo
il fulmine con cui di solito atterriscono chi non gode le loro simpatie.
Eppure, ancorchè siano i meno propensi a riconoscere i miei meriti
nei loro confronti, anche loro, e di non poco, mi sono debitori.
Infatti devono a me quell'alta opinione di sè che li rende felici,
come se il terzo cielo fosse la loro dimora, e li induce a guardare
dall'alto in basso con una sorta di commiserazione tutti gli altri
mortali, quasi animali che strisciano a terra, mentre loro, trincerati
dietro un valido esercito di magistrali definizioni, conclusioni,
corollari, proposizioni esplicite ed implicite, a tal segno abbondano
di scappatoie da poter sfuggire anche alle reti di Vulcano con distinzioni
che recidono ogni nodo con una facilità che neppure la bipenne di
Tenedo possiede, inesauribili nel coniare termini nuovi e parole
rare. Spiegano inoltre, a modo loro, gli arcani misteri, i criteri
che sono a base della creazione e dell'ordinamento del mondo; per
quali vie la macchia del peccato si è trasmessa di generazione in
generazione; in che modo, in che misura e in quanto tempo Cristo
si è formato nel grembo della Vergine; come nell'Eucaristia ci possono
essere gli accidenti senza la materia. Ma queste sono cose risapute.
Altre le questioni che ritengono degne dei teologi grandi e illuminati
- così li chiamano. Quando se le trovano di fronte si esaltano:
"Qual è l'istante della generazione divina? ci sono più filiazioni
in Cristo? è sostenibile la proposizione "Dio Padre odia il
Figlio"? avrebbe potuto Dio assumere figura di donna, di demonio,
di asino, di zucca, di pietra? In caso affermativo, come la zucca
avrebbe potuto predicare, fare miracoli, essere messa in croce?
che cosa avrebbe consacrato Pietro, se avesse consacrato mentre
Cristo pendeva dalla croce? e poteva Cristo, in quel medesimo tempo,
essere chiamato uomo? Infine, dopo la resurrezione, potremo mangiare
e bere?". Della fame e della sete, infatti, costoro si preoccupano
fino da ora. Innumerevoli poi le sottigliezze, anche molto più sottili
di queste, circa le nozioni, le relazioni, le formalità, le quiddità,
le ecceità, che sfuggirebbero agli occhi di tutti, fatta eccezione
di un novello Linceo capace di vedere nelle tenebre più profonde
anche le cose che non sono in nessun luogo. Aggiungi sentenze così
paradossali che i famosi oracoli stoici, detti appunto paradossi,
sembrano al confronto luoghi comuni dei più rozzi e banali. Per
esempio, che accomodare una volta la scarpa di un povero nel giorno
del Signore è delitto più grave che strangolare mille uomini; che
dire una volta tanto una sola bugia, per quanto piccina, è più grave
che lasciare andare in malora il mondo intero con tutta la sua dovizia
di cose utili e belle. A rendere ancora più sottili queste sottilissime
sottigliezze ci sono le tante vie battute dagli scolastici, chè
usciresti prima dai labirinti che non dalle oscure tortuosità di
realisti, nominalisti, tomisti, albertisti, occamisti, scotisti;
e non ho nominato tutte le scuole, ma solo le principali.
In tutte c'è tanta erudizione, tanta astrusità, che, secondo me,
persino gli Apostoli, se si trovassero a dover discutere con questi
teologi di nuovo genere, avrebbero bisogno di un secondo Spirito
Santo. Paolo potè dimostrare la sua fede, ma quando dice che "la
fede è sostanza di cose sperate, e argomento delle non parventi",
dà una definizione manchevole dal punto di vista dottrinale. Proprio
Paolo, che in modo eccellente fece professione di carità, ne dette,
nel capitolo tredicesimo della prima epistola ai Corinzi, un'analisi
ed una definizione difettose in sede dialettica. Gli Apostoli, certamente,
celebravano l'Eucaristia con la dovuta pietà. Non credo però che,
interrogati sul termine A QUO e sul termine AD QUEM, sulla transubstanziazione,
sull'ubiquità di un medesimo corpo; sulla differenza tra il corpo
di Cristo in cielo, sulla croce e nel sacramento dell'Eucaristia;
sull'istante in cui avviene la transubstanziazione, dovuta com'è
ad una formula composta di più parole distinte, e quindi a una quantità
discreta in divenire: non credo, ripeto, non credo che, nel discutere
e nel definire, gli Apostoli avrebbero raggiunto la sottigliezza
degli scotisti.
Avevano conosciuto la madre di Gesù; ma chi di loro dimostrò, con
l'ineccepibile metodo filosofico dei nostri teologi, come rimase
immune dalla macchia del peccato di Adamo? Pietro ha ricevuto le
chiavi, e le ha ricevute da colui che non le darebbe a un indegno;
e tuttavia non so se avrebbe capito - certo non ne ha mai colto
la sottigliezza - la questione del come possa possedere la chiave
della scienza anche chi non ha la scienza. Gli Apostoli battezzavano
in ogni luogo; tuttavia non hanno mai insegnato quale sia la causa
formale, materiale, efficiente e finale del battesimo, nè mai hanno
fatto menzione del suo carattere delebile e indelebile. Gli Apostoli
adoravano, sì, Dio, ma in spirito, attenendosi unicamente al principio
evangelico: "Dio è spirito, e chi lo adora deve adorarlo in
spirito e verità". Non pare tuttavia sia stato ad essi ben
chiaro che dobbiamo adorare Cristo allo stesso modo, sia in persona
che in una sua immagine scarabocchiata col carbone sul muro, purchè
vi appaia con due dita levate, i capelli lunghi e tre raggi nell'aureola
che gli cinge la nuca. Come si possono cogliere queste finezze,
se prima non ci si è dedicati anima e corpo, per almeno trentasei
anni, alla fisica e alla metafisica di Aristotele e di Duns Scoto?
Allo stesso modo gli Apostoli parlano della grazia, ma non fanno
mai distinzione fra grazia gratuita e grazia gratificante. Esortano
alle opere buone, ma non distinguono fra opera operante e opera
operata. Dappertutto insistono sulla carità, ma non distinguono
fra carità infusa e carità acquisita, nè spiegano se sia sostanza
o accidente, cosa creata o increata. Detestano il peccato, ma possa
io morire se sono riusciti a definire cosa sia quello che diciamo
peccato; per questo avrebbero dovuto formarsi alla scuola degli
scotisti. L'insegnamento di Paolo può essere preso come punto di
riferimento per giudicare di tutti gli Apostoli; ebbene, io non
potrei mai indurmi a credere che egli avrebbe così spesso condannato
le questioni, le discussioni, le genealogie e quelle che chiamava
logomachìe, se fosse stato un esperto nell'argomentare. E sì che
le dispute dei suoi tempi erano senz'altro roba da ridere in confronto
alle sottigliezze dei nostri maestri che potrebbero dare punti a
Crisippo.
Anche se poi questi maestri, nella loro grande modestia, quando
gli Apostoli hanno scritto una cosa in forma disadorna, e, certo,
non magistrale, non la condannano, ma ne offrono un'accettabile
interpretazione Quest'onore tributano in parte all'antichità, in
parte all'autorità degli Apostoli. Del resto, sarebbe stata, per
Ercole, una bella ingiustizia pretendere la conoscenza di cose tanto
difficili da chi non ne aveva mai sentito far parola dal maestro.
Se però la cosa si verifica in Crisostomo, in Basilio, in Girolamo,
ritengono sia sufficiente annotare: "affermazione respinta".
Eppure si tratta di autori che confutarono i pagani, i filosofi,
gli ebrei, per loro natura ostinatissimi; lo fecero con la vita
e coi miracoli più che con i sillogismi. D'altra parte nessuno dei
loro avversari sarebbe stato in grado di capire neppure una delle
"questioni quodlibetali" di Scoto. Al giorno d'oggi, qual
mai pagano, qual mai eretico non si darebbe senz'altro per vinto
di fronte a tante capillari sottigliezze? Bisognerebbe fosse tanto
ignorante da non capirci nulla, o tanto privo di ritegno da scoppiare
in sconce risate; o, infine, così esperto in quei medesimi cavilli
da combattere ad armi pari: un mago di fronte a un mago, o un duello
fra due avversari armati entrambi di una spada incantata: tutto
si ridurrebbe a tessere e ritessere la tela di Penelope. Secondo
me i cristiani darebbero prova di un gran buon senso se, invece
delle rozze armate che ormai da un pezzo combattono con esito incerto,
inviassero contro i Turchi gli scotisti coi loro grandi schiamazzi,
gli occamisti così ostinati, gl'invitti albertisti, e con essi l'intera
banda dei sofisti: assisterebbero, credo, alla più divertente delle
battaglie e a una vittoria mai vista prima. Chi, infatti, potrebbe
essere tanto freddo da resistere ai loro strali infuocati? chi tanto
torpido da non esserne stimolato? chi tanto avveduto da non restarne
accecato?
Ma voi credete che i miei siano tutti scherzi. Posso capirlo: anche
fra i teologi ve ne è di più dotti, che tengono a vile queste arguzie
teologiche giudicandole futili. Ve ne sono che considerano un sacrilegio
esecrando, e il massimo dell'empietà, parlare con linguaggio così
volgare di cose tanto misteriose, oggetto d'adorazione più che di
spiegazione; discuterne usando il profano argomentare dei pagani;
definirle con tanta presunzione, e infangare la maestà della divina
teologia con parole e concetti così poveri e addirittura sordidi.
Nel frattempo, però, gli altri rimangono pieni di sè, addirittura
si battono le mani, e dediti notte e giorno alle loro piacevolissime
cantilene non trovano neppure un minuto per leggere almeno una volta
il Vangelo o le lettere di san Paolo. E, mentre nelle scuole vanno
propinando ai discepoli simili sciocchezze, credono di essere loro
a salvare da certa rovina la Chiesa universale sostenendola con
la forza dei loro sillogismi, come il mitico Atlante sosteneva con
le spalle il mondo. E vi pare poco gratificante por mano ai misteri
delle Scritture plasmandole a piacere, ora in questa ora in quella
guisa, come fossero cera? Esigere che le proprie conclusioni, già
accettate da un certo numero di scolastici, siano ritenute più importanti
delle leggi di Solone e addirittura da anteporre ai decreti dei
pontefici? Se poi qualcosa non coincide a capello con le loro conclusioni
esplicite e implicite, come fossero i censori del mondo, ne impongono
la ritrattazione e, come se parlasse l'oracolo, sentenziano: "Proposizione
scandalosa"; "proposizione irriverente"; "questa
odora di eresia"; "questa suona male". Per fare un
cristiano non basta più il battesimo, nè il Vangelo, nè Pietro,
nè Paolo, nè san Girolamo, nè sant'Agostino; addirittura non basta
neppure Tommaso, il principe degli aristotelici. Ci vuole anche
il voto di questi baccellieri, così sottili nel giudicare. Chi,
infatti, senza l'insegnamento di questi sapienti, si sarebbe mai
accorto che non era cristiano chi riteneva ugualmente corrette queste
due proposizioni: "vaso da notte, tu puzzi" e "il
vaso da notte puzza"; oppure: "bolle la pentola"
e "la pentola bolle"?
Chi avrebbe liberato la Chiesa da così gravi errori, di cui nessuno
si sarebbe mai accorto, se costoro non li avessero denunciati col
sigillo della loro alta autorità? E non saranno al colmo della gioia
mentre fanno tutto ciò? o quando ritraggono con molta esattezza
il mondo infernale come se per molti anni fossero stati cittadini
di quella repubblica? o quando fabbricano a capriccio nuove sfere
celesti, creandone infine una più grande di tutte, più bella, perchè
le anime beate abbiano agio di passeggiarvi, di banchettare e anche
di giocare a palla? A tal segno la loro testa è infarcita di una
miriade di sciocchezze del genere che, secondo me, nemmeno quella
di Giove era così gonfia quando, sul punto di partorire Minerva,
chiese a Vulcano di tirare un bel colpo di scure. Perciò non vi
stupite quando nelle pubbliche dispute li vedete con la testa così
accuratamente imberrettata: se no, scoppierebbe.
A volte, anch'io rido del fatto che, quanto più il loro linguaggio
è barbaro e rozzo, tanto più si credono grandi teologi, e in quel
balbettare, comprensibile solo da un altro balbuziente, loro chiamano
finezza d'ingegno quello che la gente non capisce. Negano infatti
che sia compatibile con la dignità delle sacre lettere sottomettersi
alle leggi della grammatica. Mirabile maestà, invero, quella dei
teologi, se a loro soli è lecito costellare di spropositi il discorso,
anche se poi hanno in comune questo privilegio con molti ignoranti.
Infine si ritengono ormai vicinissimi agli Dèi quando vengono salutati
con venerazione quasi religiosa, e chiamati maestri nostri. Credono
presente in quell'appellativo qualcosa di simile al tetragramma
degli ebrei. Perciò considerano un'empietà non scrivere "Magister
noster" tutto in lettere maiuscole. Se poi qualcuno, invertendo,
dicesse "noster Magister", di colpo annullerebbe la maestà
del nome teologico.
54. Quasi altrettanto felici, sono quelli che comunemente si fanno
chiamare religiosi e monaci, usando, in entrambi i casi, denominazioni
quanto mai false. Per buona parte, infatti, sono mille miglia lontani
dalla religione; e nessuno s'incontra in giro più di questi pretesi
solitari. Non vedo che cosa potrebbe esserci di più miserando di
loro, se non ci fossi io a soccorrerli in tanti modi. Perchè, pur
essendo questa genìa a tal segno detestata da tutti, che persino
un incontro casuale con qualcuno di loro è ritenuto di malaugurio,
si cullano tuttavia nell'illusione di essere chissà che cosa. In
primo luogo ritengono che il massimo della pietà consista nell'essere
tanto ignoranti da non sapere neppur leggere. Poi, quando con la
loro voce asinina ragliano i loro salmi, di cui sono in grado di
indicare a memoria il numero d'ordine senza peraltro capirli, sono
convinti d'accarezzare in modo dolcissimo le orecchie degli Dèi.
Neppure mancano quelli che vendono a caro prezzo il loro sudiciume
e l'andare in giro mendicando: dinanzi alle porte chiedono il pane
emettendo muggiti lamentosi; non c'è albergo, non veicolo o nave
in cui non portino scompiglio con non piccolo danno degli altri
mendicanti. Cosi, queste carissime persone, dicono di darci un'immagine
degli Apostoli con la loro sporcizia, ignoranza, rozzezza, impudenza.
E cosa c'è di più divertente del loro fare tutto secondo una regola,
quasi in base a un calcolo matematico che sarebbe delittuoso violare?
Quanti nodi deve avere il sandalo; di che colore deve essere il
cordone; quale il modello della veste; di cosa deve essere fatta,
e di quale larghezza la cintura; di che tipo e di che capacità il
cappuccio; quale la precisa misura della chierica; quante ore vanno
concesse al sonno? Eppure, quanta diversità, chi non lo vede, in
questa uguaglianza imposta a corpi e temperamenti così vari! Tuttavia,
per queste sciocchezzuole, non solo si considerano superiori agli
altri, ma anche fra di loro si disprezzano a vicenda e, pur professando
la carità apostolica, fanno un'autentica tragedia di una cintura
diversa o di un colore un po' più scuro. Ne potresti vedere di così
rigidamente attaccati alla regola da portare esclusivamente vesti
di lana di Cilicia, e biancheria di lino di Mileto; altri, al contrario,
portano vesti di lino e biancheria di lana. C'è chi, odiando toccare
il danaro come fosse veleno, non si astiene comunque nè dal vino
nè dalle donne. Infine, mirabile in tutti, la cura di non avere
nulla in comune quanto a regola di vita, e questo, non nell'intento
di guardare a Cristo, ma per distinguersi tra di loro.
Buona parte della loro soddisfazione deriva dai nomi: gli uni si
compiacciono del nome di Cordiglieri, distinti in Coletani, Minori,
Minimi, Bollisti; altri godono del nome di Benedettini, o di Bernardini;
questi di Brigidensi, quelli di Agostiniani; gli uni tengono alla
denominazione di Guglielmiti, altri di Giacobiti, come se chiamarsi
Cristiani fosse troppo poco. Gran parte di costoro, a tal punto
dà peso alle proprie cerimonie e a minute tradizioni umane, da ritenere
che un solo cielo non sia premio adeguato a meriti così grandi;
e non pensano che Cristo, non facendo alcun conto del resto, chiederà
loro se hanno osservato il suo unico precetto: la carità. Allora
uno esibirà il pancione gonfio di pesci d'ogni specie; un altro
rovescerà al suo cospetto centinaia di moggi di salmi. Un altro
ancora farà il conto degli infiniti digiuni; se poi tante volte
ha rischiato di scoppiare, è stato per quell'unico pasto che si
concedeva... dopo. Altri ancora mostrerà il mucchio delle cerimonie
a cui ha partecipato, tanto greve che a malapena potrebbero trasportarlo
sette navi da carico. Qualcuno si vanterà di avere oltrepassato
i sessant'anni senza toccare denaro, se non con le mani protette
da due paia di guanti. Chi produrrà la cocolla tanto sporca e grassa
che neanche un marinaio se ne gioverebbe. Chi ricorderà di avere
fatto per più di undici anni la vita dell'ostrica, sempre attaccato
allo stesso luogo; e chi si farà un merito della voce divenuta rauca
per l'ininterrotto cantare, o del rimbecillimento derivato dalla
vita solitaria; altri ancora della lingua resa torpida dal voto
del silenzio. Ma Cristo, interrompendo queste vanterie che altrimenti
rischierebbero di non finire più, "Di dove viene, dirà, questa
nuova schiatta di Giudei? Riconosco per mia una legge sola, e solo
di questa non si fa parola. Pure, una volta, con aperto linguaggio,
e non in forma di parabola, ho promesso l'eredità del padre mio
non alle cocolle, non alle giaculatorie ed ai digiuni, ma alle opere
di carità. Non conosco questa gente che esalta continuamente i propri
meriti; dato che vorrebbero sembrare anche più santi di me, occupino,
se vogliono, i cieli dei seguaci di Abraxas, o si facciano edificare
un nuovo cielo da coloro le cui meschine tradizioni anteposero ai
miei precetti".
Quando sentiranno queste parole, e si vedranno preferire marinai
e aurighi, con che faccia credete che si guarderanno a vicenda?
Nel frattempo si beano della loro speranza, e non senza mio merito.
E poi, benchè lontani dalla vita pubblica, nessuno osa disprezzarli,
i mendicanti in particolare, perchè attraverso la cosiddetta confessione
conoscono senza eccezione i segreti di tutti. Rivelarli, tuttavia,
secondo loro, è peccato, salvo dopo una bevuta, quando vogliono
dilettarsi di qualche racconto più divertente; ma anche allora raccontano
i fatti solo in via ipotetica, senza far nomi. Se però qualcuno
irrita questi calabroni, predicando al popolo, se ne vendicano a
misura di carbone, e bollano il nemico con allusioni tanto scoperte
da essere capite da tutti, salvo da chi non capisce proprio nulla.
Nè la smettono di latrare, se prima non gli hai gettato il boccone
in bocca.
Eppure, quale commediante, quale ciarlatano andresti a vedere a
preferenza di costoro, quando nella predica s'esibiscono in tirate
retoriche che, pur nella loro assoluta ridicolaggine, s'attengono
nel modo più spassoso alle norme sull'arte del dire tramandate dai
maestri? Dio immortale! come gesticolano! E come cambiano voce!
E come canterellano! Come si spenzolano verso l'uditorio e come
mutano espressione! come punteggiano tutto con urla! Quest'arte
oratoria viene trasmessa come un segreto da un fraticello all'altro:
sebbene non mi sia concesso di venirne a conoscenza, tenterò comunque
di procedere per congetture.
Scimmiottando i poeti, cominciano con un'invocazione. Poi, se devono
parlare, poniamo, della carità, prendono le mosse dal Nilo, fiume
d'Egitto. Se invece devono trattare del mistero della Croce, prendono
opportunamente gli auspici da Bel, drago di Babilonia. Se si preparano
a predicare sul digiuno, si rifanno ai dodici segni dello Zodiaco
e, se l'oggetto del loro discorso è la fede, premettono una lunga
introduzione sulla quadratura del cerchio. Ho sentito con le mie
orecchie un esimio stupido, scusate, volevo dire dotto, che, in
una predica famosissima, dovendo spiegare il mistero della Trinità,
volendo fare cosa che suonasse gradita all'orecchio dei teologi,
e mettere al tempo stesso in mostra la sua non comune dottrina,
si dette a battere una strada affatto nuova. Partì dalle lettere
dell'alfabeto, dalle sillabe, dal discorso, dalla concordanza del
nome col verbo e dell'aggettivo col sostantivo, tra la meraviglia
dei più, anche se non mancava qualcuno che borbottava tra sè le
parole d'Orazio: "ma a cosa approdano queste scemenze?".
Finalmente arrivò al punto di dimostrare che l'immagine di tutta
la Trinità scaturisce dai rudimenti grammaticali in modo tale che
nessun matematico potrebbe disegnarla con più evidenza nella polvere.
E nel comporre questa orazione, quel teologo principe per otto mesi
interi aveva faticato tanto, che anche oggi è più cieco di una talpa,
senza dubbio per avere consumato tutta la forza degli occhi nella
suprema tensione della mente. Eppure non si lamenta della cecità:
crede anzi di avere raggiunto il successo con poca spesa.
Ho ascoltato un altro ottuagenario, un teologo di tale statura
che lo avresti detto Duns Scoto redivivo. Dovendo spiegare il mistero
del nome di Gesù, con mirabile sottigliezza dimostrò che tutto quanto
se ne poteva dire era nascosto nelle lettere stesse che lo componevano.
Perchè il fatto che la sua declinazione abbia tre casi soli è segno
manifesto della divina Trinità. Il mistero ineffabile poi, sta nel
fatto che il primo caso, JESUS, termina in S, il secondo, JESUM,
in M, il terzo, JESU, in U: quelle tre lettere significano che è
sommo, medio e ultimo. Restava un mistero anche più ostico, da risolversi
col calcolo matematico. Divise la parola Jesus in due parti uguali,
in modo che una lettera, in mezzo, restasse divisa in due. Disse
che quella lettera per gli Ebrei è SYN, che in lingua scozzese,
credo, voglia dire peccato: di qui risulta manifesto che Gesù è
colui che redime il mondo dai peccati. Per l'originalità dell'esordio
tutti rimasero a bocca aperta, i teologi in particolare, sì che
per poco non toccò loro la sorte di Niobe; mentre a me quasi successe
come al Priapo di legno di fico che, con suo grave danno, si trovò
ad assistere ai riti notturni di Canidia e di Sagana. E non a torto.
Infatti, quando mai il greco Demostene, o il latino Cicerone, sono
andati ad escogitare un simile esordio? Essi ritenevano difettoso
un proemio che troppo si scostasse dal tema: neanche i bifolchi,
che hanno la natura per guida, esordiscono così. Ma questi dotti
ritengono che il loro preambolo - così lo chiamano - raggiunga il
massimo della potenza retorica quando proprio non ha nulla a che
fare col resto del discorso, tanto che chi ascolta meravigliato
finisce col dire tra sè: "ma dove si va a finire?". In
terzo luogo commentano, tirandone fuori un raccontino, qualche breve
passo del Vangelo, ma frettolosamente e quasi incidentalmente, mentre
questo solo era il punto da sviluppare. In quarto luogo, cambiando
parte in commedia, sollevano un problema teologale, che talvolta
non sta nè in cielo nè in terra. Anche questo ritengono conforme
alle regole dell'arte. Qui finalmente assumono piglio teologico,
riempiendo gli orecchi degli ascoltatori di famosi nomi di dottori
solenni, dottori sottili, dottori sottilissimi, dottori serafici,
dottori santi, dottori irrefragabili. Allora sbandierano davanti
ad una folla ignorante sillogismi, maggiori, minori, conclusioni,
corollari, supposizioni e altre sciocchezze prive di mordente e
decisamente scolastiche. Resta ormai il quinto atto, in cui l'artista
deve rivelarsi in tutta la sua bravura. A questo punto tirano in
ballo una qualche rozza e sciocca storiella, tolta, penso, dallo
SPECULUM HISTORIALE o dai GESTA ROMANORUM, e ne offrono un'interpretazione
allegorica, tropologica, ed anagogica. Così portano a compimento
la loro Chimera, qualcosa che neppure Orazio riusciva a immaginare
quando scriveva: "aggiungete ad una testa d'uomo, ecc.".
Da non so chi, hanno poi sentito dire che l'inizio dell'orazione
deve essere basso di tono. Perciò cominciano con una voce così bassa
che neanche loro la sentono, come se il parlare servisse quando
nessuno capisce. Hanno anche imparato che, a volte, per suscitare
emozioni, è opportuno erompere in un grido. Perciò, a metà di un
discorso concitato, all'improvviso si mettono a strillare furiosamente,
senza il minimo bisogno. Quegli scoppi di voce che nulla giustifica
ti farebbero giurare di trovarti davanti a casi da trattare con
l'elleboro. Inoltre, avendo appreso che il discorso deve animarsi
via via che procede, quando, bene o male, hanno esaurito l'inizio
delle singole parti, a un tratto adottano un tono appassionato,
anche se l'argomento è dei meno interessanti, e finiscono col concludere
dando l'impressione di essere esausti.
Avendo infine imparato che i retori parlano del ridere, anche loro
si sforzano di introdurre qualche battuta scherzosa, con una tale
grazia, per Venere, con un tale senso d'opportunità, da farti dire
che sono come l'asino davanti alla lira. Talvolta mordono anche,
ma in modo da provocare più solletico che ferite. Nè riescono mai
ad adulare meglio di quando fanno mostra di non aver peli sulla
lingua. Infine tutto il loro stile è tale da farti giurare che abbiano
avuto per maestri i ciarlatani di piazza, restandone però molto
al disotto. Tuttavia si rassomigliano tanto da non lasciare dubbi:
o i ciarlatani hanno imparato la retorica dagli oratori, o gli oratori
dai ciarlatani.
Nondimeno, certo per opera mia, trovano chi, ascoltandoli, crede
di trovarsi davanti a Demostene o a Cicerone in persona. Appartengono
a questo genere di uditorio soprattutto i mercanti e le donnette,
le sole persone a cui si curano di parlare in modo gradito, perchè
i mercanti, opportunamente lisciati, sono inclini, di solito, ad
elargire una piccola parte del mal tolto; mentre le donnette, oltre
che per molte altre ragioni, sono ben disposte verso la categoria,
soprattutto perchè è loro costume attingerne conforto quando vogliono
sfogare i propri malumori coniugali.
Vi rendete conto, suppongo, di quel che mi deve questa specie di
uomini, che esercitando tra i mortali una sorta di tirannia attraverso
cerimonie da burla, ridicole sciocchezze e urla scomposte, si credono
dei nuovi San Paolo e Sant'Antonio.
55. Non mi par vero di concludere, oramai: ne ho abbastanza di
questi istrioni tanto ingrati nel nascondere ciò che mi devono,
quanto empi nell'ostentare una finta pietà religiosa.
E' giunto il tempo di trattare un po', con tutta schiettezza, dei
re e dei prìncipi di corte, che, come si conviene a uomini liberi,
mi onorano con la massima sincerità. Se, infatti, avessero solo
una briciola di senno, che vi sarebbe di più malinconico, o di meno
desiderabile, della loro vita? Nè riterrà che valga la pena d'impadronirsi
del potere con lo spergiuro o col parricidio, chiunque consideri
l'entità del peso che grava sulle spalle di chi vuole essere un
principe sul serio. Chi assume il potere supremo deve occuparsi
degli affari pubblici, non dei propri interessi. Deve pensare esclusivamente
alla pubblica utilità; non deve scostarsi neanche di un pollice
dalle leggi, di cui è autore ed esecutore; deve assicurarsi dell'integrità
di tutti i funzionari e di tutti i magistrati. Lui solo, agli occhi
di tutti, può, a guisa di astro benefico, giovare enormemente alle
cose di quaggiù coi suoi costumi senza macchia, oppure, come letale
cometa, trarle all'estrema rovina. I vizi degli altri non sono altrettanto
conosciuti e non si propagano tanto. Ma se il principe, con la posizione
che occupa, si scosta appena dalla retta via, subito la corruzione
si diffonde contaminando moltissimi uomini. Inoltre poichè la condizione
del principe porta con sè parecchie cose che di solito inducono
a tralignare piaceri, libertà, adulazione, lusso - tanto più attentamente
egli deve stare in guardia, se non vuole venir meno al proprio compito.
Infine, per non parlare di insidie, odi, e altri pericoli o timori,
gli sta sopra la testa quel vero Re che quanto prima gli chiederà
ragione anche della colpa più lieve, e tanto più severamente quanto
più prestigioso fu il suo imperio. Se il principe riflettesse su
queste cose e su moltissime altre del genere - e ci rifletterebbe
se avesse senno - non dormirebbe, credo, sonni tranquilli, nè riuscirebbe
a gustare il cibo.
Col mio aiuto, i prìncipi lasciano, ora, tutti questi motivi d'affanno
nelle mani degli Dèi, e se la spassano porgendo orecchio solo a
chi sa dire cose gradevoli, perchè una punta d'ansia non abbia mai
a levarsi dal fondo del cuore. Ritengono di avere compiuto in ogni
suo aspetto il dovere di un principe, se vanno sempre a caccia,
se allevano bei cavalli, se mettono in vendita per trarne un utile
magistrature e prefetture, se ogni giorno escogitano nuovi stratagemmi
per alleggerire i cittadini delle loro sostanze, facendole confluire
nel loro tesoro privato: ma trovando dei pretesti, tanto da conferire
una qualche apparenza di giustizia anche alla peggiore iniquità.
E per conquistare comunque le simpatie popolari aggiungono qualche
parola di adulazione. Dovete immaginare un uomo, come se ne vedono
a volte, ignaro delle leggi, quasi nemico del pubblico bene, tutto
preso dai suoi interessi privati, dedito ai piaceri, con un'autentica
avversione per la cultura, la libertà e la verità, che non si cura
minimamente della salvezza dello Stato, che adotta come unità di
misura le proprie voglie e il proprio tornaconto. Mettetegli al
collo una collana d'oro, simbolo della presenza in lui di tutte
le virtù riunite; mettetegli in testa una corona ornata di gemme
che lo richiami al suo dovere di superare gli altri in tutte le
virtù eroiche. Dategli lo scettro che simboleggia la giustizia e
la cristallina purezza dell'animo, e infine la porpora a significare
il suo straordinario amore per lo Stato. Se un principe paragonasse
questi ornamenti simbolici col suo genere di vita, credo che finirebbe
col provare solo vergogna della sua pompa, e col temere che qualche
critico salace non si prendesse gioco di lui volgendo in beffa questo
apparato scenico.
56. Che dirò dei cortigiani più segnalati? Benchè nulla vi sia
di più strisciante, di più servile, di più sciocco, di più spregevole
di loro, vogliono tuttavia essere ovunque al primo posto. In una
cosa sola sono modesti all'estremo: paghi di portarsi addosso oro,
gemme, porpora ed altre insegne della virtù e della sapienza, lasciano
sempre agli altri il privilegio di praticarle. Si ritengono molto
fortunati perchè possono chiamare "mio signore" il re,
perchè hanno imparato un saluto di tre parole, perchè sanno intercalare
titoli onorifici: Serenità, Maestà, Magnificenza; perchè sono abilissimi
nel deporre ogni pudore quando si tratta di ricorrere a complimenti
adulatori. Queste, infatti, sono le arti di un vero nobile, di un
vero uomo di corte. Del resto, se vai a guardare più da vicino il
loro costume di vita, troverai degli autentici Feaci, dei pretendenti
di Penelope - il resto del verso lo conoscete, e l'Eco ve lo ripete
meglio di me. Dormono fino a mezzogiorno, mentre un pretonzolo stipendiato
aspetta accanto al letto per celebrare la messa alla svelta quando
ancora sonnecchiano. Poi la colazione e, a mala pena terminata,
è già ora di pranzo. Dopo pranzo i dadi, gli scacchi, le lotterie,
i buffoni, i parassiti, le cortigiane, i giochi, le insulsaggini.
Nel frattempo un alternarsi di merende. Di nuovo a tavola, si cena;
a questa seguono i brindisi, non uno solo, per Giove. E così, senz'ombra
di noia, passano le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i secoli. Io
stessa, a volte, mi allontano col voltastomaco quando li vedo, quei
magnanimi, in mezzo alle donne, ognuna delle quali si crede tanto
più vicina all'Olimpo quanto più lunga ha la coda, mentre i grandi
fanno a gomitate per mostrarsi più vicini a Giove, e ognuno tanto
più è beato quanto più pesante ha la catena al collo, segno manifesto,
non solo di ricchezza, ma anche di robustezza.
57. Già da un pezzo i sommi pontefici, i cardinali ed i vescovi
hanno preso con impegno a modello il genere di vita dei prìncipi,
e con un successo forse maggiore. Certo, se uno riflettesse sul
significato della veste di lino, splendida di niveo candore, simbolo
d'una vita senza macchia; e pensasse a quello della mitra a due
punte riunite in un solo nodo, a indicare una perfetta conoscenza
del Vecchio e del Nuovo Testamento; o delle mani coperte dai guanti,
segno della purezza, immune da ogni umano cedimento, con cui vengono
somministrati i sacramenti; se si chiedesse che vuol dire il pastorale,
simbolo della cura estrema con cui si veglia sul proprio gregge;
che cosa la croce che precede indicando la vittoria su tutte le
umane passioni; se, dico, uno riflettesse a queste cose, e a molte
altre del genere, che vita sarebbe la sua, piena di malinconie e
di affanni! Bene fanno quelli che pensano soltanto ad ingozzarsi,
e la cura del gregge, o la rimettono a Cristo medesimo, o la scaricano
su coloro che chiamano fratelli o vicari. Del significato del loro
nome di vescovi neppure si ricordano: vescovo vuol dire fatica,
preoccupazione, sollecita premura. Vescovi sono sul serio nell'arraffare
quattrini: in questo la loro vigilanza è tutta occhi.
58. Altrettanto dicasi dei cardinali, che dovrebbero ricordarsi
che sono i successori degli Apostoli, e che da loro si esigono le
stesse opere: non padroni, ma amministratori dei beni spirituali,
di cui tra breve dovranno rendere conto con la massima precisione.
Riflettessero un po' anche al loro paludamento e si chiedessero:
che significa il candore della cotta se non estrema e rara purezza
di vita? Che cosa la porpora che la cotta ricopre, se non ardentissimo
amore di Dio? Che cosa l'ampio mantello che con le sue pieghe fluenti
ricopre tutta la cavalcatura di sua Eminenza, e che basterebbe a
coprire anche un cammello? Non significa forse la carità che ovunque
si diffonde per venire in aiuto a tutti, cioè per insegnare, esortare,
consolare, rimproverare, ammonire, risolvere i conflitti e per opporsi
ai prìncipi malvagi? Non significa il generoso sacrificio, non solo
delle proprie ricchezze, ma anche del proprio sangue, per amore
del gregge? A che scopo le ricchezze, se i cardinali fanno le veci
degli Apostoli, che erano poveri? Se riflettessero su queste cose,
dico, terrebbero poco alla carica: deporla sarebbe un piacere; oppure
si sobbarcherebbero una vita tutta presa da cure travagliate, alla
maniera degli antichi Apostoli.
59. Ora è la volta dei sommi pontefici, che fanno le veci di Cristo.
Nessuno più di loro si troverebbe a soffrire, se tentassero di imitarne
la vita: povertà, travagli, dottrina, croce, disprezzo del mondo;
se pensassero al loro nome PAPA, cioè padre, e alla loro qualifica
di SANTISSIMO! Chi mai spenderebbe tanto per comprarsi quel posto
da difendere poi con la spada, col veleno, con tutte le forze? A
quanti vantaggi dovrebbero dire addio, se la saggezza riuscisse
appena a farsi sentire! Ma che dico, saggezza? Dovrei dire un grano
di quel sale menzionato da Cristo. Addio a tante ricchezze, a tanti
onori, e a tanto potere, a tante vittorie, a tante cariche, a tante
dispense, a tante imposte, a tante indulgenze, e a tanti cavalli,
muli, servi e piaceri. Guardate un po' che mercato, che razza di
messe rigogliosa, che mare di ricchezze ho concentrato in poche
parole! Al loro posto veglie, digiuni, lacrime, preghiere, prediche,
studio, sospiri e mille gravose occupazioni del genere. Ancora -
particolare non trascurabile - sarebbero ridotti alla fame tanti
scrivani, copisti, notai, avvocati, promotori, segretari, mulattieri,
palafrenieri, banchieri, ruffiani - e stavo per aggiungere un'espressione
più sguaiata, ma temo che offenda l'orecchio, insomma, una così
folta schiera che costituisce l'onere - è un LAPSUS, volevo dire
l'onore - della curia romana. Sarebbe proprio inumano, anzi un delitto
abominevole! ma sarebbe molto peggio riportare al bastone e alla
bisaccia quei sommi prìncipi della Chiesa, che sono la vera luce
del mondo.
Ora, se fatiche ci sono, si lasciano a Pietro e a Paolo che di
tempo libero ne hanno tanto, e si mantengono per sè la gloria e
il piacere, quando ci sono. Così, col mio aiuto, non c'è quasi nessuno
che più di loro faccia, in perfetta tranquillità, una gran bella
vita; convinti di avere assolto in pieno i doveri verso Cristo,
se adempiono alla loro funzione di vescovi con un apparato rituale
che ha movenze da palcoscenico, con cerimoniali e profusione di
titoli: beatitudine, reverenza, santità; e benedizioni e anatemi.
Non si usa più far miracoli: roba d'altri tempi. Insegnare ai fedeli
è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a
scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è misero
e femmineo; vivere in povertà è spregevole. Turpe la sconfitta e
indegna di chi a mala pena ammette il re al bacio dei suoi piedi
beati: infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.
Rimangono solo le armi e le "dolci benedizioni" di cui
parla san Paolo, e di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti,
sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti
a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno
del capo, mandano le anime dei mortali all'inferno e oltre. Di quella
folgore, i santissimi padri in Cristo, e di Cristo vicari, si servono
col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico
impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di
Pietro. Benchè le parole dell'Apostolo nel Vangelo siano: "Abbiamo
abbandonato tutto e ti abbiamo seguito", essi identificano
il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi,
il potere. E mentre, accesi dall'amore di Cristo, combattono per
queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento
di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa,
sposa di Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano i nemici.
Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi; di
Cristo non fanno parola: fosse per loro, svanirebbe nell'oblio;
legiferando all'insegna dell'avidità, lo mettono in catene; con
le loro interpretazioni forzate ne alterano l'insegnamento; coi
loro turpi costumi lo uccidono.
Poichè la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita
col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza
una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada,
e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle
belve più che agli uomini, tanto pazza che anche i poeti hanno immaginato
fossero le Furie a scatenarla, così rovinosa da portare con sè la
totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori
predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non
avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il
resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti
che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano
davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano
di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione,
la pace, I'intero genere umano. Nè mancano colti adulatori, pronti
a chiamare questa evidente follia zelo, pietà, fortezza, escogitando
stratagemmi che permettono d'impugnare il ferro mortale e di immergerlo
nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità
che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.
60. Una cosa, continuo a chiedermi: certi vescovi tedeschi che,
andando più per le spicce, tralasciando il culto, le benedizioni
e altre cerimonie del genere, si comportano addirittura da satrapi,
fino a considerare una specie di debolezza, e senz'altro una vergogna
per un vescovo, rendere la valorosa anima a Dio altrove che su un
campo di battaglia, sono stati loro a offrire il modello di un tale
comportamento, o lo hanno a loro volta imitato?
Ma ormai la massa dei sacerdoti, considerando peccaminoso venire
meno alla santità di vita dei presuli, levando il grido di guerra
si dà a combattere per le dovute decime con spade, frecce, sassi,
e armi di ogni specie! e quale accortezza nel tirare fuori da vecchi
documenti qualcosa con cui impaurire il popolino e convincerlo che
il suo debito va al di là delle decime! Nè intanto ai sacerdoti
vengono in mente i molti passi ovunque ricorrenti sui doveri che,
per parte loro, essi hanno verso il popolo. Nemmeno la tonsura basta
come monito: hanno dimenticato che il sacerdote, libero da tutti
gli appetiti del mondo, deve pensare soltanto alle cose del cielo.
Sono gente buffa: sostengono di aver fatto tutto il loro dovere
quando hanno borbottato alla bell'e meglio le solite giaculatorie,
e io, per Ercole, mi meraviglio che un qualche Dio le ascolti o
le intenda, perchè nemmeno loro sono capaci di udirle o di intenderle,
pur gridandole con quanto fiato hanno in corpo.
C'è un punto, però, che i sacerdoti hanno in comune coi laici;
entrambi attentissimi ad accumulare guadagni sono sempre al corrente
delle vie da seguire. Se poi c'è un peso da portare, prudentemente
lo scaricano sulle spalle altrui, e lo fanno passare di mano in
mano, in una sorta di gioco a palla. Come i prìncipi laici, delegano
a vicari, settore per settore, le funzioni di governo, e il vicario,
a sua volta, ricorre a un vicario in sottordine; così, per modestia,
lasciano al popolo la cura di tutto quanto riguarda la religione.
Il popolo la scarica su quelli che chiama ecclesiastici, come se
per parte sua non avesse nulla a che fare con la Chiesa: pare che
i voti pronunciati al battesimo non contino nulla. A loro volta,
i sacerdoti che si denominano secolari, come se appartenessero al
mondo più che a Cristo, scaricano il fardello sul clero regolare;
il clero regolare sui monaci; i monaci di meno stretta osservanza
su quelli di osservanza più rigida; gli uni e gli altri sui mendicanti,
e i mendicanti sui certosini, i soli presso cui, sepolta, si nasconde
la pietà, ma così nascosta che a mala pena si può scorgerla.
Così fanno anche i pontefici: diligentissimi nel rastrellare soldi,
affidano ai vescovi i gravami più strettamente apostolici; i vescovi
li affidano ai parroci; i parroci ai vicari; i vicari ai frati mendicanti,
che, a loro volta, li rimandano a coloro che tosano la lana delle
pecore.
61. Ma io, qui, non mi propongo di passare in rassegna i costumi
di pontefici e sacerdoti; non vorrei avere l'aria di comporre una
satira, mentre è il mio elogio che pronuncio; nè vorrei si credesse
che, mentre elogio i cattivi prìncipi, io biasimi i buoni. Ho parlato
brevemente di queste cose per mettere in chiaro che nessuno al mondo
può vivere felicemente, se non è iniziato ai miei misteri, e se
non ha me dalla sua.
Come mai, infatti, la stessa dea di Ramnunte, signora delle umane
sorti, a tal punto va d'accordo con me da avere giurato eterna inimicizia
a questi sapienti, mentre ai folli ha donato ogni bene anche nel
sonno? Voi conoscete il famoso Timoteo, che di qui ha preso anche
il soprannome, ed il proverbio: "anche dormendo piglia pesci".
C'è anche l'altro detto: "la civetta vola per lui". Invece,
altri sono i proverbi che si adattano ai sapienti: "nato sotto
cattiva stella"; "ha il cavallo di Seio e l'oro di Tolosa".
Smetto le citazioni: non vorrei avere l'aria di saccheggiare la
raccolta del mio Erasmo.
Per tornare in argomento: la Fortuna ama gli imprudenti, gli audaci,
quelli che adottano il motto "il dado è tratto". La saggezza,
invece, rende piuttosto timidi; perciò comunemente vedete questi
sapienti impegnati a combattere con la povertà, la fame, il fumo;
li vedete vivere dimenticati, senza prestigio, senza simpatie: mentre
gli stolti, ben forniti di soldi, raggiungono le alte cariche dello
Stato e, per dirla in breve, prosperano in tutti i sensi. Infatti,
se si ripone la felicità nel favore dei prìncipi, nell'entrare a
far parte della cerchia di questi miei fedeli simili a Dèi ingioiellati,
che c'è di più inutile della sapienza, anzi di più aborrito presso
gente del genere? Se si vuole arricchire, che cosa può guadagnare
un mercante attenendosi alla sapienza? Se terrà in qualche conto
gli scrupoli dei sapienti sul latrocinio e l'usura, avrà ripugnanza
a spergiurare; colto a mentire, arrossirà. Se si desiderano onori
o benefizi ecclesiastici, un asino o un bue potrà aggiudicarseli
prima del sapiente. Se è il piacere che ti muove, le fanciulle,
che in questa storia hanno il posto d'onore, si danno di tutto cuore
agli stolti, mentre hanno orrore del sapiente e lo fuggono come
fosse uno scorpione. Infine, chiunque si ripromette una vita in
qualche misura lieta, comincia con l'escludere il sapiente, tollerando
piuttosto qualunque altro animale. In breve, da qualunque parte
tu ti volga, presso pontefici, prìncipi, giudici, magistrati, amici,
nemici, grandi e piccoli, tutto si ottiene col danaro alla mano;
ma il sapiente disprezza il danaro, e perciò, di solito, da lui
ci si tiene lontani con la massima cura.
62. Ed ora, benchè sia impossibile esaurire il mio elogio, bisogna
pure concludere il discorso. Perciò smetterò di parlare, ma non
senza avere prima dimostrato in poche parole che non sono mancate
grandi autorità a glorificarmi, sia con gli scritti che con le azioni;
e questo perchè qualcuno non sospetti scioccamente che sia io sola
a compiacermi di me stessa, e perchè i legulei non mi accusino di
non produrre documenti. Perciò, prendendo esempio da loro, allegherò
le prove senza preoccuparmi che siano pertinenti.
In primo luogo, tutti sono persuasi della verità di un notissimo
proverbio: "Quando una cosa manca, ottimo sistema è fingere
che ci sia". Perciò è bene cominciare con l'insegnare ai ragazzi
questo verso: "Fingersi folli a tempo e luogo è somma sapienza".
Potete rendervi conto da voi di quale gran dono sia la follia, se
anche la sua ombra fallace, e la sua sola imitazione, meritano dai
dotti così grande lode. Con franchezza anche maggiore quel famoso
"porco lucido e pingue del gregge di Epicuro" prescrive
di "mescolare la follia alla saggezza", ma, aggiunge,
"solo per poco": e qui si sbaglia. Dice altrove: "Bella
cosa folleggiare a tempo e luogo". E ancora, in altra occasione:
"Preferisce apparire pazzo e privo di iniziativa, piuttosto
che mostrarsi assennato tenendosi la rabbia in corpo". Già
in Omero, Telemaco, che il poeta loda sotto tutti i rapporti, è
detto a più riprese privo di senno, e spesso e volentieri i tragici
indicano in tal modo, quasi fosse di buon augurio, fanciulli e adolescenti.
Di che ci parla il divino poema dell'ILIADE? solo delle ire di re
folli e di popoli folli. E quale lode più alta del detto ciceroniano
"Tutto il mondo è pieno di pazzi"? Chi, infatti, non sa
che qualunque bene, a quanti più si estende, tanto più vale?
63. Ma forse per i cristiani l'autorità di costoro non ha gran
peso. Perciò, se credete, possiamo poggiare, o, come dicono i dotti,
fondare le nostre lodi sulle Sacre Scritture, cominciando col chiedere
il permesso ai teologi. Poi, dato che un'ardua impresa ci attende,
e che forse non sarebbe giusto, vista la lunghezza del viaggio,
invocare di nuovo le Muse dall'Elicona - e per una cosa poi che
poco le interessa - credo migliore partito, mentre faccio il teologo
procedendo per uno spinoso calle, scegliere l'anima di Scoto, spinosa
più di ogni istrice e porcospino, perchè dalla sua Sorbona per un
po' si trasferisca nel mio petto, per poi migrare dove preferisce,
magari in un corvo. Volesse il cielo che potessi mutare aspetto
e comparire nelle vesti del teologo! Temo invece che mi si creda
colpevole di furto, come se per farmi una così bella preparazione
teologica alla chetichella avessi saccheggiato i tesori dei maestri.
Ma che c'è da stupirsi, se nella mia lunga e intima consuetudine
con i teologi, qualcosa ho imparato? Persino Priapo, il dio di legno
di fico, sentendo leggere il padrone, aveva finito col tenere a
mente qualche parola greca, e il gallo di Luciano, per la lunga
convivenza con gli uomini, ne conosceva a menadito il linguaggio.
Torniamo in argomento. Scrive l'Ecclesiaste nel primo capitolo
[I, 15]: "Infinito è il numero degli stolti". E, parlando
di numero infinito, non sembra forse intendere tutti gli uomini,
a eccezione di pochissimi che probabilmente nessuno ha mai visto?
Con più chiarezza si esprime Geremia, quando nel capitolo decimo
[X, 15] dice: "Ogni uomo è reso stolto dalla sua sapienza".
Attribuisce la sapienza soltanto a Dio, e lascia la stoltezza a
tutti gli uomini [X, 7 e 12]. E ancora, poco prima [9, 23]: "L'uomo
non riponga nella sapienza il suo vanto". Ma perchè, ottimo
Geremia, non vuoi che l'uomo riponga nella sapienza il suo vanto?
"Perchè, risponderebbe certamente, l'uomo non ha la sapienza."
Ritorniamo all'Ecclesiaste. Quando esclama [1, 2; 12, 8]: "Vanità
delle vanità; tutto è vanità", che altro vuol dire, secondo
voi, se non che la vita umana è tutta un gioco della follia? Con
questo dava senza dubbio il suo consenso a quel detto di Cicerone,
a buon diritto famoso, che abbiamo riferito poc'anzi: "Tutto
il mondo è pieno di stolti". Tornando al saggio Ecclesiastico,
quando diceva [27, 12]: "Lo stolto muta come la Luna; il sapiente,
come il Sole, non muta", voleva dire semplicemente che tutti
i mortali sono stolti, e che il titolo di sapiente spetta solo a
Dio. La Luna viene identificata dagli interpreti con la natura umana,
il Sole, fonte di ogni luce, con Dio. Con ciò si accorda quanto
Cristo stesso nega nel Vangelo [Matteo, 19, 17]: che qualcuno possa
chiamarsi buono, eccetto Dio. Se è stolto chiunque non è sapiente,
e se chi è buono, stando agli Stoici, è anche sapiente, la stoltezza,
di necessità, è retaggio di tutti gli uomini. Si legge ancora nel
capitolo quindicesimo [21] di Salomone: "Lo stolto si bea della
sua stoltezza"; e con questo chiaramente si ammette che senza
la stoltezza la vita non ha nulla da offrire.
Alla stessa conclusione approda il detto: "Chi più sa, più
soffre; chi più conosce, più spesso s'indigna [Eccl. 1, 18]".
La stessa cosa, quell'eccelso predicatore riconosce apertamente
nel capitolo settimo [5], quando dice: "Nel cuore dei sapienti
il dolore; nei cuori degli stolti la gioia".
Non riteneva, infatti, che bastasse il pieno possesso della sapienza;
bisognava conoscere anche me, la follia. Se poi prestate poca fede
a me, leggete le parole che scrisse nel primo capitolo [17]: "Volsi
il mio cuore ad apprendere la saggezza e la scienza, gli errori
e la follia". E qui va notato che l'essere collocata all'ultimo
posto torna a lode della follia. L'Ecclesiaste ha scritto - e sapete
che questo è l'ordine ecclesiastico - che chi è primo per dignità
deve occupare l'ultimo posto, il che è conforme al dettato evangelico.
Che poi la Follia è superiore alla Sapienza lo attesta chiaramente,
nel capitolo 64 [4 1, 1 8], anche l'Ecclesiastico, chiunque egli
sia. Ma, per Ercole, non riferirò le sue parole se prima non avrete
collaborato con me in una serie di appropriate risposte, come fanno
nei dialoghi di Platone gli interlocutori di Socrate. "Che
cosa è più opportuno nascondere, le cose rare e preziose, o quelle
comuni e dappoco?" Perchè tacete? Anche se cercate di non scoprirvi,
parla per voi il proverbio greco che dice della brocca alla porta
di casa, e sacrilego sarebbe rifiutarlo, perchè lo troviamo in Aristotele,
il nume dei nostri maestri. O forse qualcuno di voi è così stolto
da lasciare per la strada oro e gemme? Non credo, per Ercole. Sono
cose che riponete in nascondigli inaccessibili, e addirittura negli
angoli più segreti di una cassaforte a tutta prova. In mezzo alla
strada lasciate i rifiuti. Perciò, se si nasconde quanto è più prezioso,
mentre si lascia in vista ciò che vale meno, la sapienza che l'Ecclesiastico
vieta di nascondere non sarà palesemente meno pregiata della stoltezza
che comanda di nascondere? Ascoltate le sue parole testuali: "L'uomo
che nasconde la sua insipienza è migliore dell'uomo che nasconde
la sua sapienza" [41, 18]. Che dire dell'ingenuo candore che
le Sacre Scritture attribuiscono allo stolto, di contro all'atteggiamento
del sapiente che non crede nessuno suo simile? Così infatti intendo
le parole del decimo [X, 3] dell'Ecclesiaste: "Ma lo stolto,
quando va per la strada, essendo lui stolto, crede che tutti lo
siano". E non è forse indizio di singolare candore supporre
che tutti siano uguali a te e, in un mondo di presuntuosi, estendere
a tutti gli altri ciò che in te c'è di buono? Perciò il gran re
Salomone non si vergognò di questa qualifica quando, nel trentesimo
capitolo [Prov. 30, 2], disse: "Sono il più folle degli uomini".
E san Paolo, il grande dottore delle genti, scrivendo ai Corinzi
[11, 23], non disdegnò la denominazione di stolto: "Parlo,
dice, da dissennato: sono io il più dissennato". Come se, essere
superato in fatto di follia, fosse sconveniente.
Qui mi danno sulla voce certi greculi meschini che s'ingegnano
di cavare gli occhi alle cornacchie - cioè ai teologi del nostro
tempo - spargendo in giro il fumo delle loro chiose ai sacri testi
(e se il mio amico Erasmo, che molto spesso ricordo a titolo di
merito, non è l'alfa [il primo] della schiera, certo è il beta [il
secondo]). Che razza di citazione pazzesca - dicono - proprio degna
della Pazzia in persona! L'Apostolo intendeva una cosa ben diversa
dai tuoi vaneggiamenti. Con le sue parole non cerca di farsi passare
per più stolto degli altri; ma, avendo detto in precedenza: "Sono
ministri di Cristo; e anch'io lo sono", ed essendosi così collocato,
con una punta d'orgoglio, alla pari con gli altri, rettifica: "ma
io lo sono anche di più", perchè nel ministero del Vangelo
sente di essere, non solo alla pari con gli altri Apostoli, ma un
poco al disopra. Tuttavia, volendo che l'affermazione suonasse vera,
senza peraltro urtare gli ascoltatori con un eventuale sospetto
di presunzione, adottò la follia come copertura, e disse "parlo
da dissennato", perchè sapeva che dire la verità senza offendere
nessuno è privilegio dei soli pazzi.
Che cosa intendesse davvero Paolo quando scrisse a quel modo, lascio
che siano loro a decidere. Io seguo i grandi teologi, grassi e grossi,
e in genere molto stimati; buona parte dei dotti, per Giove, preferisce
sbagliare con loro piuttosto che essere nel giusto con codesti trilingui.
E nessuno tiene il parere di questi greculi da quattro soldi in
maggior conto del gracchiare di un corvo, soprattutto da quando
ha commentato quel passo da maestro e da teologo un illustre teologo
(per prudenza ne taccio il nome, perchè i nostri volatili gracchianti
non si affrettino ad affibbiargli il motto greco dell'asino che
suona la lira). Con le parole "parlo da dissennato, anzi io
lo sono più di tutti", fa cominciare un nuovo capitolo e, con
insuperabile rigore dialettico, aggiunge un nuovo capoverso, interpretando
così (riporterò le sue parole, e non solo nella lettera, ma anche
nel loro significato): "parlo da dissennato, cioè, se vi sembro
folle mettendomi alla pari con gli pseudoapostoli, anche più folle
vi sembrerò ponendomi al disopra di loro". Purtroppo quel teologo,
subito dopo, quasi dimentico di sè, cambia argomento.
64. Ma perchè mi affanno tanto con questo solo esempio? Tutti riconoscono
ai teologi il diritto di manipolare il cielo, ossia le Sacre Scritture,
tirandole in qua e in là come un elastico, tanto è vero che in san
Paolo entrano in contraddizione parole della Scrittura che nel sacro
testo non sono affatto in contrasto (almeno se vogliamo prestare
fede a san Girolamo, che sapeva ben cinque lingue). Così, letta
per caso ad Atene la dedica di un altare, Paolo ne forzò il significato
a beneficio della fede cristiana, e, tralasciando le altre parole,
che avrebbero nuociuto al suo proposito, staccò dal contesto solo
le ultime due: "Al Dio ignoto", e anche queste con qualche
variante. La dedica esatta era, infatti, questa: "Agli Dèi
dell'Asia, dell'Europa e dell'Africa, agli Dèi ignoti e stranieri".
Penso che questi figli di teologi, seguendone l'esempio, sopprimendo
qua e là quattro o cinque parolette e, all'occorrenza, anche alterandole,
le adattino ai loro scopi. Poco importa, poi, se le parole che precedono
o quelle che seguono non c'entrano per nulla o, addirittura, sono
in contrasto. Lo fanno con una tale impudenza, che spesso i giureconsulti
sono tratti a invidiare i teologi.
Che mai hanno più da temere da quando quel celebre... - a momenti
mi sfuggiva il suo nome, ma di nuovo mi trattiene il proverbio greco
- ha ricavato dalla parola di Luca [22, 35-36] un principio che
si accorda con lo spirito di Cristo come il fuoco con l'acqua? Infatti,
nell'ora dell'estremo pericolo, quando i fedeli adepti si stringono
di più ai loro protettori per impegnarsi con ogni risorsa al loro
fianco, Cristo, perchè i suoi smettessero del tutto di confidare
in questo genere di aiuti, chiese loro se mai avessero sentito la
mancanza di qualche cosa, quando li aveva mandati per il mondo così
poco equipaggiati da non avere nè calzari contro le spine e i sassi,
nè bisaccia contro la fame. Avendo essi risposto di no, che nulla
era mancato, soggiunse: "Ma ora chi ha una borsa la prenda,
e altrettanto faccia con la bisaccia, e chi non ne ha venda la sua
tunica e compri una spada". Ora, dato che tutta la dottrina
di Cristo predica solo mansuetudine, tolleranza, disprezzo del mondo,
non è chi non intenda il giusto significato di questo passo. Il
proposito è di rendere i legati di Cristo anche più inermi; non
solo senza calzari e senza bisaccia, ma anche senza tunica, nudi
e liberi di tutto, affrontino la loro missione evangelica. Non si
procurino nulla, se non la spada, non quella, però, di cui si servono
predoni e parricidi per i loro misfatti, ma la spada dello spirito,
che penetra nel fondo del cuore, che taglia via una volta per sempre
tutte le passioni, sì che nulla vi resti, salvo la pietà.
Orbene, state un po' a vedere a quale senso riesce a piegare questo
passo il nostro famoso teologo. Secondo lui la spada è la difesa
contro i persecutori, il sacchetto, una sufficiente provvista di
viveri; come se Cristo, ritenendo di aver mandato per il mondo i
suoi missionari senza provvederli di mezzi adeguati, cambiando parere
ritrattasse quanto ha predicato in precedenza. O dimenticasse quanto
aveva detto, che sarebbero stati felici nel dolore, fatti segno
a ingiurie e supplizi, non rendendo male per male, perchè beati
sono i mansueti, non i violenti; se, dimenticando di averli esortati
a seguire l'esempio dei passeri e dei gigli, non li volesse più
vedere partire senza la spada. La comprino, a costo di vendere la
tunica; meglio nudi che disarmati! Il commentatore ritiene inoltre
che il termine spada indichi tutto ciò che può servire come arma
di difesa, e che il termine bisaccia abbracci quanto concerne i
bisogni vitali. Così l'interprete del pensiero divino fa predicare
il Cristo in croce da Apostoli armati di lance, balestre, fionde
e bombarde. Li carica di valigie, sacche e bagagli vari perchè non
abbiano mai a mettersi in viaggio senza avere debitamente pranzato.
Nè il brav'uomo è turbato neppure dal fatto che Cristo ingiunge
di rimettere subito nel fodero quella spada che aveva ordinato di
comprare a così caro prezzo, e che mai, per quel che se ne sa, gli
Apostoli hanno fronteggiato con spade e scudi la violenza dei pagani,
come avrebbero fatto se il pensiero di Cristo fosse stato conforme
a questa interpretazione.
C'è poi un altro, e non certo l'ultimo venuto (per deferenza non
ne faccio il nome) che, basandosi sul riferimento di Abacuc [3,
7] alle tende di Madian - "le pelli del paese di Madian saranno
messe sossopra" - ne ricava un'allusione alla pelle di san
Bartolomeo scorticato.
Di recente partecipai io stessa a una discussione teologica; lo
faccio spesso. Poichè uno dei presenti chiedeva in che conto si
doveva tenere il precetto delle Sacre Scritture secondo cui gli
eretici vanno arsi sul rogo piuttosto che non persuasi attraverso
la discussione, un vecchio dall'aspetto severo, teologo anche nel
piglio, rispose molto indignato che la legge risaliva all'apostolo
Paolo che disse [A TITO, 3, 10]: "Dopo aver tentato ripetutamente
di mettere l'eretico sulla buona strada, evitalo". E più volte
tornava a dire quelle parole, mentre erano in parecchi a chiedersi
che cosa mai gli succedeva. Finì con lo spiegare che bisognava togliere
DALLA VITA (E VITA) l'eretico. Ci fu chi rise, ma ci fu anche chi
ritenne l'interpretazione ineccepibile dal punto di vista teologico,
e poichè qualcuno continuava a protestare, intervenne un avvocato
cosiddetto di Tenedo, un'autorità irrefragabile: "State a sentire,
disse. La Scrittura dice: non lasciar vivere l'uomo malefico. Ma
ogni eretico è malefico, quindi...". Tutti i presenti ammirarono
la soluzione ingegnosa, e vi aderirono battendo forte i piedi calzati
di stivali. A nessuno venne in mente che quella legge riguardava
incantatori e maghi, detti in lingua ebraica "malefici".
Altrimenti la pena di morte dovrebbe estendersi alla fornicazione
e all'ubriachezza.
65. Sono una sciocca a volermi dilungare su queste cose, così numerose
che neanche tutti i volumi di Crisippo e di Didimo basterebbero
a contenerle. Volevo solo farvi presente che, se tanto è stato concesso
a quei maestri di primissima grandezza, è giusto usare qualche indulgenza
a me, teologa di ben poco conto, se le mie citazioni non sono del
tutto esatte.
E ora, tornando finalmente a Paolo, parlando di sè dice: "Voi
sopportate di buon grado i folli" [2 Cor., 11, 19]. E ancora:
"Accettatemi come un folle". E poi: "Non parlo ispirato
da Dio, ma quasi come un folle". E altrove, di nuovo: "Siamo
folli a cagione di Cristo". Avete sentito quali elogi della
follia e da quale pulpito! E che diremo di quel suo raccomandare
la stoltezza quale fonte per eccellenza necessaria in vista della
salvezza? "Chi di voi sembra sapiente, divenga stolto per essere
sapiente".
In Luca [34, 25] Gesù chiama "stolti" i due discepoli
cui si era accompagnato per la strada. Non so se ci si debba meravigliare,
visto che allo stesso Dio, San Paolo attribuisce un pizzico di follia,
dicendo: "La follia di Dio è più saggia del senno degli uomini".
[Primo Cor., 1, 25]. Origene, per certo, contesta che questa follia
sia suscettibile di essere tradotta in termini umani, come nell'altro
esempio: "La parola della croce è follia per gli uomini che
si perdono" [Primo Cor., 1, 18].
Ma perchè mai insisto nel sostenere tutto questo con tante testimonianze?
Non ce n'è bisogno, se nei mistici salmi [68, 6] Cristo stesso dice
al Padre: "Tu conosci la mia follia". E non per caso i
folli sono sempre stati tanto cari al Signore. Per la stessa ragione,
credo, per cui i sovrani guardano con diffidente antipatia le persone
troppo intelligenti. Così accadeva a Cesare con Bruto e Cassio -
mentre di quell'ubriacone di Antonio non aveva alcun timore; così
accadeva a Nerone con Seneca e a Dionigi con Platone; mentre si
trovavano bene con gli uomini privi di acume. Allo stesso modo Cristo
costantemente detesta e condanna quei sapienti che hanno fiducia
nella propria saggezza.
Lo attesta chiaramente san Paolo quando dice: "Dio sceglie
ciò che il mondo considera stolto", e che "Dio aveva voluto
salvare il mondo attraverso la stoltezza", perchè attraverso
la saggezza non era possibile [Primo Cor., 1]. Dio stesso lo rivela
con sufficiente chiarezza quando esclama per bocca del profeta:
"Manderò in fumo la sapienza dei sapienti e condannerò la saggezza
dei saggi".
E ancora quando Gesù lo ringrazia perchè aveva rivelato ai piccoli,
cioè agli stolti, il mistero della salvezza che aveva celato ai
sapienti. In greco, infatti, il termine per indicare i bambini è
infanti (nèpioi) in contrapposizione ai sapienti (zofói ). Nello
stesso senso vanno intesi certi motivi ricorrenti nel Vangelo; Gesù
che fieramente si leva contro farisei, scribi e dottori e, viceversa,
la sollecita protezione che accorda al volgo ignorante. Che altro
vogliono infatti dire le parole: "Guai a voi, scribi e farisei",
se non "Guai a voi, sapienti" [Matteo, 23, 13-27; Luca,
11, 42-43]. Invece il suo rapporto con bambini, donne, pescatori,
pare fosse improntato a perfetta letizia. Anche fra le bestie Cristo
predilige le più lontane dall'astuzia della volpe. Perciò preferì
cavalcare un asino, anche se, volendo, avrebbe potuto senza rischio
cavalcare un leone. Così lo Spirito Santo è sceso dal cielo in sembianza
di colomba, non di aquila o di sparviero. Inoltre, nelle Sacre Scritture,
si ricordano un po' dappertutto cervi, capretti, agnelli. Aggiungasi
che Gesù chiama pecore i suoi discepoli destinati a vivere in eterno.
Nè c'è animale più stupido di questo, stando anche al detto aristotelico
"indole di pecora" che, come Aristotele avverte, tratto
dalla stupidità di quell'animale, di solito si applica a titolo
ingiurioso agli stupidi e tardi. Tuttavia Cristo si professa pastore
di questo gregge; anzi egli stesso si compiacque di chiamarsi agnello,
e Giovanni Battista lo indicò con questo nome: "Ecco l'agnello
di Dio", denominazione che ricorre spesso anche nell'Apocalisse.
Di qui una clamorosa conclusione: i mortali, anche quelli che coltivano
sentimenti di pietà, sono stolti. Lo stesso Cristo, per venire in
aiuto all'umana sapienza, lui che è la sapienza del Padre, si è
fatto in qualche modo stolto, quando, vestite le umane spoglie,
si è presentato con sembiante di uomo. Come si è fatto anche peccato
per risanarci dai peccati. Nè volle porvi altro rimedio se non la
follia della Croce, valendosi di Apostoli rozzi e ignoranti, cui
ebbe cura di predicare come ottima condizione la stoltezza distogliendoli
dalla sapienza quando li esorta a seguire l'esempio dei bambini,
dei gigli, del grano di senape, dei passerotti, esseri del tutto
privi d'intelligenza, che vivono solo affidandosi alla natura, senza
artifici, senza affanni; e quando proibisce loro di preoccuparsi
della linea da tenere davanti ai giudici e di stare all'erta per
cogliere i momenti opportuni: non devono cioè confidare nella propria
saggezza, ma mettersi totalmente nelle sue mani. Allo stesso principio
s'ispira Dio, architetto del mondo, quando proibisce di assaggiare
il frutto dell'albero della sapienza, quasi che la scienza fosse
il veleno della felicità. San Paolo, d'altra parte, condanna la
scienza apertamente come fonte di presunzione e di rovina. E credo
che san Bernardo si richiamasse a lui identificando il monte che
Lucifero aveva scelto per sua sede col monte della scienza.
Forse c'è anche un altro argomento che non dovrei tralasciare:
la stoltezza trova grazia presso gli Dèi; al sapiente non si perdona,
tanto è vero che chi implora il perdono, anche se ha peccato con
cognizione di causa, adduce a pretesto la stoltezza e di essa si
fa usbergo. Così infatti, se la memoria non mi tradisce, nei NUMERI
[12, 11] Aronne cerca di stornare dalla moglie la punizione del
Signore: "Ti prego, Signore, non giudicarci colpevoli: abbiamo
peccato per mancanza di discernimento". E anche Saul di fronte
a David si discolpa così: "E' chiaro, dice, che ho agito da
sciocco". E David, a sua volta, cerca di propiziarsi il Signore
con queste parole: "Ti prego, Signore, non accusare il tuo
servo d'iniquità; ho agito da sciocco", come se non potesse
ottenere il perdono se non appellandosi alla sua stoltezza e alla
sua insipienza. Prova di eccezionale efficacia, Cristo in croce,
quando pregò per i suoi nemici, portò come unica scusa l'ignoranza:
"Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno"
[Luca 23, 24]. Nello stesso senso Paolo scriveva a Timoteo: "Ho
ottenuto la misericordia divina perchè nella mia incredulità ho
agito per ignoranza" [Primo Tim. 1, 13]. Che vuol dire "ho
agito da ignorante", se non che aveva agito per stoltezza,
non per malizia? Che significa "perciò ho ottenuto misericordia",
se non che non l'avrebbe ottenuta se la sua stoltezza non avesse
deposto in suo favore? Fa al caso nostro il mistico salmista che
non mi è venuto in mente al momento giusto: "Non ricordare
le colpe della mia gioventù e le mie ignoranze" [PS. 24, 7].
Come avete sentito, adduce due argomenti: la giovane età - a cui
sempre io, la Follia, mi accompagno - e le "ignoranze",
ricordate al plurale per fare intendere la grande forza della follia.
66. Per non dilungarmi all'infinito cercherò di riassumere per
sommi capi. Se la religione cristiana sembra avere qualche parentela
con la follia, con la sapienza non ha proprio nulla a che fare.
Desiderate averne una prova? Guardate in primo luogo al fatto che
bambini, vecchi, donne e anime semplici godono più degli altri delle
funzioni religiose, e perciò, per puro istinto, sono sempre i più
vicini agli altari. Vedete inoltre che i primi fondatori della religione,
con mirabile slancio, scelsero le vie della semplicità, mentre furono
nemici acerrimi delle lettere.
Infine non c'è pazzo che sembri più pazzo di coloro che una volta
per sempre siano stati conquistati in pieno dal fuoco della carità
cristiana: a tal punto sono prodighi dei loro beni, trascurano le
offese, tollerano gli inganni, non fanno distinzione tra amici e
nemici, hanno orrore del piacere; digiuni, veglie, lacrime, fatiche,
ingiurie, sono il loro nutrimento; per nulla attaccati alla vita,
desiderano solo la morte; per dirla in breve, sembrano affatto insensibili
alle esigenze del senso comune, come se il loro animo vivesse altrove,
e non nel loro corpo. E che altro è questo se non follia? Non dobbiamo
dunque meravigliarci se gli Apostoli sembrarono ubriachi di vino
dolce, se Paolo sembrò pazzo al giudice Festo.
Comunque, visto che una volta tanto ho vestito la pelle del leone,
andrò più in là mettendo in chiaro un'altra cosa: quella beatitudine
che i cristiani cercano di conquistare a così caro prezzo, altro
non è se non una forma di follia e di stoltezza. Non badate alle
parole: non c'è intenzione d'offesa; considerate piuttosto i fatti.
C'è in primo luogo un punto di contatto fra cristiani e platonici:
entrambi ritengono che l'anima, irretita nei vincoli del corpo,
trovi nella sua materia un impedimento alla contemplazione e alla
fruizione del vero. Perciò Platone definisce la filosofia una meditazione
sulla morte, perchè, a somiglianza della morte, distoglie la mente
dalle cose visibili e corporee. Perciò, finchè l'anima fa buon uso
degli organi del corpo, viene detta sana; ma quando, spezzati i
vincoli, tenta d'affermarsi in piena libertà, e viene quasi meditando
una fuga dal carcere corporeo, allora si parla di follia. Se per
caso la cosa accade per malattia, per una qualche affezione organica,
allora è pazzia conclamata. Tuttavia vediamo che anche uomini di
questa specie predicono il futuro, sanno lingue e lettere che non
hanno mai appreso in passato, ostentano qualcosa che appartiene
decisamente all'ambito del divino.
Non c'è dubbio: questo accade perchè la mente, libera in parte
dall'influenza del corpo, comincia a sprigionare la sua forza nativa.
Credo che per la stessa ragione qualcosa di simile accada nel travaglio
della morte imminente: gli agonizzanti, come ispirati, parlano un
linguaggio profetico.
Se ciò accade nell'ardore della fede, si tratta forse di un altro
genere di follia, ma così vicina alla ordinaria follia che molta
gente la giudica pazzia pura, e tanto più in quanto riguarda un
pugno di disgraziati che in tutto il modo di vivere si scostano
dal resto dell'umano consorzio. Qui, di solito, credo si verifichi
il caso del mito platonico: di quelli che incatenati in fondo alla
caverna vedono l'ombra delle cose, e del prigioniero che, fuggito
di là, tornando poi nell'antro afferma di avere contemplato le cose
reali, e che loro s'ingannano di molto, convinti come sono che nient'altro
esista se non delle misere ombre. Il saggio compiange e deplora
la follia di coloro che sono irretiti in così grave errore; ma quelli,
a loro volta, ridono di lui come se delirasse e lo cacciano via.
Allo stesso modo il volgo ammira soprattutto le cose in cui la materia
prevale, e quasi crede che siano le sole ad esistere. Chi pratica
la religione, invece, quanto più una cosa è attinente al corpo tanto
più la trascura ed è tutto preso dalla contemplazione dell'invisibile.
Gli uni mettono al primo posto le ricchezze, al secondo le comodità
relative al corpo, all'ultimo l'anima: che, dopo tutto, i più neanche
credono esista perchè l'occhio non può scorgerla. Gli altri, invece,
in primo luogo tendono con tutte le loro forze a Dio, il più semplice
degli esseri; in secondo luogo a qualcosa che ancora resta nella
sua cerchia: ossia all'anima, che più di tutto è vicina a Dio; trascurano
la cura del corpo, disprezzano le ricchezze e ne rifuggono come
da cosa immonda. Se poi non possono esimersi dall'occuparsene, ne
sentono il peso e la noia; hanno, ed è come se non avessero; posseggono,
ed è come se non possedessero. Nei singoli casi ci sono anche molte
altre differenze di gradazione. Prima di tutto, benchè tutti i sensi
abbiano un legame col corpo, alcuni sono più corpulenti, come il
tatto, l'udito, la vista, I'olfatto, il gusto; altri più distaccati
dal corpo, come la memoria, l'intelletto, la volontà.
Dato che la potenza dell'anima risulta maggiore là dove concentra
il suo sforzo, le persone religiose, poichè tutta la forza dell'animo
loro si volge alle cose lontane per eccellenza dai sensi più corposi,
subiscono in questi una sorta di ottundimento. Il volgo, invece,
in essi raggiunge il massimo della potenza, il minimo negli altri.
Si spiega così ciò che raccontano sia accaduto a certi Santi, di
bere olio invece di vino.
E anche fra le passioni dell'anima alcune sono più legate agli
aspetti carnali del corpo, come l'impulso sessuale, il bisogno di
cibo e di sonno, l'ira, la superbia, l'invidia: chi coltiva sentimenti
di pietà le respinge senza remissione; il volgo, al contrario, ne
fa la fondamentale ragione di vita. Vi sono poi dei sentimenti intermedi,
quasi naturali, come l'amore di patria, l'affetto per i figli, per
i genitori, per gli amici. Il volgo ne riconosce in qualche misura
l'importanza, ma quanti vivono secondo pietà cercano di sradicare
dall'animo anche questi, a meno che non raggiungano quel supremo
livello spirituale per cui si ama il padre, non in quanto padre
- che ha generato, infatti, se non il corpo? e, alla fine, anche
questo è opera di Dio padre - ma in quanto è buono e porta in sè
il lume di quella Mente che sola chiamano sommo bene, e al di fuori
della quale sostengono che nulla merita di essere amato o desiderato.
Con questo medesimo criterio giudicano di tutti i doveri: tutto
ciò che è visibile, se non è da disprezzarsi senz'altro, va tenuto
in molto minor conto dell'invisibile. Dicono che anche nei sacramenti
e nelle pratiche religiose si possono distinguere corpo e spirito.
Per esempio, nel digiuno non fanno gran conto dell'astinenza dalla
carne e dal pasto, che il volgo considera invece digiuno stretto;
bisogna che intervenga anche un controllo delle passioni, che si
conceda meno del solito ai moti d'ira o di superbia, perchè lo spirito
già meno gravato dal corpo si innalzi al godimento dei beni celesti.
Altrettanto dicasi della Eucaristia. Benchè non vada sottovalutato
l'aspetto cerimoniale, questo per se stesso giova poco, o addirittura
è pernicioso in mancanza dell'elemento spirituale, cioè del contenuto
rappresentato da quei segni visibili. Si rappresenta la morte di
Cristo; i mortali devono parteciparvi come attori vincendo, sopprimendo,
starei per dire seppellendo, le passioni corporee per risorgere
a nuova vita, per fare, in totale comunione fra loro, tutt'uno con
lui.
Queste le azioni, questi i pensieri dell'uomo di fede. Il volgo,
al contrario, crede che il sacrificio sia tutto nello stare quanto
più è possibile accanto agli altari, ascoltando il rumore delle
parole e badando ad altre quisquilie relative al rito.
Quanto al pio, non solo nelle cose che abbiamo portato a esempio,
ma in ogni occasione, rifugge da ciò che è legato al corpo, tutto
preso dall'eterno, dall'invisibile, dalla realtà spirituale. Perciò,
dato il loro radicale disaccordo su tutto, accade che uomini di
pietà e volgo a vicenda si prendano per matti. Ma, secondo me, l'appellativo
si addice piuttosto alla gente pia che non al volgo. E ciò risulterà
più chiaro se, come ho promesso, dimostrerò in poche parole che
quel sommo premio altro non è se non una forma di follia.
67. Considerate in primo luogo che qualcosa di simile già vagheggiò
Platone quando scrisse che il delirio degli amanti è il più felice
di tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma
in colui che ama, e quanto più si allontana da sè e si trasferisce
in lui tanto più gode. E quando l'animo si propone di uscire dal
corpo e non usa debitamente dei suoi organi, a buon diritto senza
dubbio si può parlare di delirio. Altrimenti che cosa vogliono dire
le comuni espressioni: "non è in sè", o anche "torna
in te stesso", e "è tornato in se stesso"? D'altra
parte quanto più è perfetto l'amore, tanto più è grande, tanto più
beato il delirio. Quale sarà dunque quella vita celeste che fa tanto
sospirare le anime pie? Lo spirito, che è il più forte, sarà vittorioso,
e assorbirà il corpo tanto più facilmente perchè già in vita lo
avrà mortificato e indebolito in vista di una simile trasformazione.
Poi sarà a sua volta mirabilmente assorbito da quella somma Mente
la cui potenza è infinitamente superiore. A questo punto l'uomo
sarà interamente fuori di sè, e solo per questo felice, perchè,
essendo fuori di sè, subirà non so quale ineffabile influsso di
quel sommo Bene che tutto trae a sè.
Anche se questa felicità sarà perfetta solo quando le anime, ripresa
l'antica veste corporea, riceveranno il dono dell'immortalità, gli
uomini pii, dato che la loro vita è tutta una meditazione di quella
vita immortale, e quasi una sua immagine, possono talvolta pregustare
qualcosa, una sorta di anticipazione di quel premio. Si tratta di
una goccia da niente in confronto a quella fontana di eterna felicità,
ma che vale molto di più di tutti i piaceri corporei, anche se potessimo
farli convergere tutti in un punto solo. A tal punto la sfera dello
spirito è superiore al corpo, e quella dell'invisibile al visibile.
Questa certo è la promessa del Profeta: "l'occhio non vide,
l'orecchio non udì, non penetrarono nel cuore dell'uomo le cose
che Dio ha preparato per coloro che lo amano". Questa è la
parte della follia che il passaggio da una vita all'altra non toglie,
ma porta a perfezione. Quelli che hanno potuto parteciparne - pochissimi
invero - sono còlti da un turbamento che alla follia è vicinissimo;
fanno discorsi incoerenti, proferendo parole strane e senza senso;
e poi, all'improvviso, mutano completamente d'espressione. Ora alacri,
ora depressi; ora piangono, ora ridono, ora sospirano; insomma sono
davvero del tutto fuori di sè. Appena rientrano in se stessi dicono
di non sapere dove sono stati, se nel corpo o fuori del corpo; di
ignorare se erano svegli o addormentati; di non sapere che cosa
hanno udito, che cosa hanno detto, che cosa hanno fatto; hanno solo
dei ricordi che sembrano filtrare attraverso il velo della nebbia
o del sogno. Una sola cosa sanno: di essere stati al colmo della
beatitudine quando erano in quello stato. Perciò piangono per essere
tornati in senno, e soprattutto desiderano di essere in eterno in
preda a quel genere di follia. Hanno appena pregustato la felicità
futura!
68. Dimentica di me stessa, ho passato da un pezzo i limiti. Tuttavia,
se vi pare che il discorso abbia peccato di petulanza e prolissità,
pensate che chi parla è la Follia, e che è donna. Ricordate però
il detto greco: "spesso anche un pazzo parla a proposito";
a meno che non riteniate che il proverbio non possa estendersi alle
donne.
Vedo che aspettate una conclusione: ma siete proprio scemi, se
credete che dopo essermi abbandonata ad un simile profluvio di chiacchiere,
io mi ricordi ancora di ciò che ho detto. Un vecchio proverbio dice:
"Odio il convitato che ha buona memoria". Oggi ce n'è
un altro: "Odio l'ascoltatore che ricorda". Perciò addio!
Applaudite, bevete, vivete, famosissimi iniziati alla Follia.
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